Le spalle di TOTO'


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Nino Taranto Erminio Macario Aldo Fabrizi Mario Castellani Peppino De Filippo

Nella divisione dei ruoli, normalmente il comico ha sempre rappresentato il soggetto più debole, l'imbranato, incapace nei movimenti, nella gestualità, tardo a capire.

La spalla ha sempre avuto invece il ruolo opposto. Gli toccava riequilibrare l'anormalità del comico, assorbirne l'astrattezza, razionalizzarne i comportamenti. Ricorrendo molto spesso alla prevaricazione, fisica e psicologica.

Questo il rapporto intercorrente tra il comico e la spalla. Si pensi, tra le tante coppie di comici, a Stanlio e Ollio (Stan Laurel e Oliver Hardy), a Gianni e Pinotto (Lou Costello e Bud Abbot), a Dean Martin e Jerry Lewis.

Ebbene con Totò il rapporto muta radicalmente. Si rovescia. Il "prevaricatore" è il comico e chi subisce è la spalla. La comicità di Totò non nasce più dal contrasto tra normale e anormale. Totò rende ridicola la realtà. In questo senso la sua comicità è unica, totalmente innovativa. Una comicità aggressiva per stemperare l'insensatezza del reale. Così concepito il rapporto, era difficile fargli da "spalla". E non soltanto per il ribaltamento dei ruoli. Totò era imprevedibile, improvvisava. Fissata una scena, una sequenza, all'atto della realizzazione cambiava tutto, diceva battute diverse da quelle convenute, compiva azioni differenti da quelle stabilite. E alla spalla toccava stargli dietro, assecondarlo, fornirgli l'appoggio necessario per rendere efficaci le sue battute fulminanti. In breve, capirlo al volo.

E occorrevano allora qualità professionali e istintive da bruciare in un istante; occorreva essere vigili, attenti per impedire che Totò rubasse il "tempo", lo spazio di battuta e confinasse il ruolo di spalla a poco più che una presenza.
Lavorare con Totò diveniva, per un attore che si rispetti, un occasione esaltante, un momento di confronto, quasi una competizione con se stessi per restare al livello del grande comico napoletano.

Sarà stata questa la ragione per cui, in circa quaranta dei film girati da Totò, si sono misurati nel ruolo di spalla cinque tra i migliori interpreti dello spettacolo italiano, teatrale e cinematografico, da Peppino De Filippo ad Aldo Fabrizi, da Nino Taranto a Macario e Castellani. Con tutti è stato un confronto, ancor oggi, tutto da gustare poiché ciascuno di loro ha opposto alla comicità aggressiva di Totò la propria personalità d'attore, con risultati diversissimi e doppiamente esilaranti.

Lo stesso Totò racconta il tipo di rapporto che instaurava con le "malcapitate" spalle: "Molte volte il mio partner non ne può più di avermi accanto, non vede l'ora che la scena finisca per andarsi a riposare. Ma io continuo a non dargli pace: gli sto addosso, lo circondo da ogni lato, lo tocco e lo ritocco.

In uno sketch di una vecchia rivista, C'era una volta il mondo, la mia spalla, Mario Castellani, finiva per arrabbiarsi sul serio. Qualche sera avevo l'impressione che stesse per picchiarmi. Era la scena del wagon-lit, in cui ero davvero intrattabile. Angariavo in ogni modo il povero Castellani, gli impedivo di dormire, gli gettavo la valigia dalla finestra, gli ripetevo una dopo l'altra, le mie solite frasi di disturbo: "sono un uomo di mondo; ma lei non sa chi sono io; quando c'è la salute; tampoco; a prescindere; eziandio; comunque; appunto, dico…" La stessa cosa è poi capitata con Peppino De Filippo ne La banda degli onesti. Giunsi fino a chiudergli la mano sinistra in una porta. Era furibondo.

"(Totò) In un ruolo così gravoso si sono alternati, in varia misura, altri ottimi attori, di cui riportiamo un elenco dettagliato, alcuni provenienti dal teatro dialettale napoletano, quali Agostino Salvietti, Enzo Turco, Carlo Croccolo e Pietro De Vico, altri con esperienze consolidate, in teatro e a cinema, quale Luigi Pavese. Inoltre si sono incrociati sui set di Totò attori del calibro di Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Fernandel, Rascel e tanti altri ancora.

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Totò e Nino TarantoNino Taranto  Nato a Napoli il 28 agosto 1907. Morto a Napoli il 23 febbraio 1986.

scheda <Totò visto da Nino Taranto>

Appartiene alla categoria dei bambini-prodigio. Esordisce a tre anni, in frack e paglietta. Era di moda allora. Maurice Chevalier la portava già a Parigi e il piccolo Taranto, inconsapevolmente, si adegua. La porterà sempre, in tutti i suoi spettacoli "leggeri".

Vi apporta però una modifica personalissima: taglia dalla falda frontale tre spicchi a triangolo, in modo da ottenere due punte triangolari. Sarà l'emblema che lo accompagnerà per tutta la sua vita.

Avviato così precocemente allo spettacolo, Taranto insiste e nel '28, a soli ventun anni, viene già considerato un artista completo, in grado di recitare il genere comico e quello drammatico. Ma è ancora un giovanotto e anche se scalpita, deve attendere. L'anno dopo finalmente entra in una compagnia importante, la Cafiero-Fumo. Si impone come cantante-macchiettista e questa specializzazione diviene la chiave di volta della sua carriera.

E' vero che sogna di passare alla prosa. Ma i casi della vita lo costringono ancora al genere "varietà". Poi col successo arriva la "rivista" e la prosa sembra dimenticata.



Nel nuovo genere fa addirittura il grande salto: a trent'anni esordisce come capo-comico. Ormai è questa la sua strada e lui la percorre al meglio. In qualche teatro poco distante si esibisce l'acclamata compagnia di rivista di Totò. I due sono, si fa per dire, concorrenti. In realtà non è così.

Taranto è un ammiratore di Totò, di cui apprezza il taglio dell'improvvisazione, la disarticolazione espressiva e le qualità mimiche. Tutti attributi, tranne l'improvvisazione, che non gli sono particolarmente congeniali.

Ma a cui egualmente fa ricorso nelle sue macchiette. E' un tipo di espressività diversa, più costruita, certamente d'effetto, se ottiene il successo che lo accompagna ormai da tempo.

Senza essere un epigono di Totò, sembra però seguirne le tracce. Nel 1938, l'anno dopo l'esordio di Totò a cinema con il film "Fermo con le mani", Nino Taranto gira il suo primo film "Nonna Felicità". Ora le due carriere si sono analogamente parificate. Per Taranto resta ancora l'ambizione di fare teatro di prosa, che appagherà nel 1955. L'incontro sullo stesso set con il grande Totò deve attendere ancora undici anni.

Finalmente nel 1949 Taranto lavora con Totò nel film "I pompieri di Viggiù". Il rapporto è immediatamente diverso quello che Totò ha avuto con Fabrizi o anche con lo stesso Peppino De Filippo.


Taranto conserva tutta intatta la grande ammirazione che ha per Totò. Lo ha già detto in pubbliche dichiarazioni e, se non bastasse la parola, lo dimostra nei fatti. In tutte le sequenze dei sei film che hanno girato assieme, l'ammirazione è palese. Sembra quasi che sia lì a godersi lo spettacolo. E quando deve intervenire non si mette in competizione. Sembra quasi cosciente della sua inferiorità e non accetta la sfida. Si mette al servizio del suo grande collega, che sembra considerare il suo maestro. Tra i due si instaura quindi uno strano rapporto di complicità, nel senso che è Taranto ad assecondare la stranezze e le matterie di Totò ma non come farebbe una spalla tradizionale, che si limita a fornire, meccanicamente, gli spunti e i pretesti per le battute del comico. Nella recitazione di Taranto, invece, si sente il comico, un comico vero abituato a stare al centro della scena e che al cospetto del Sommo, sta un passo indietro e si fa notare anche per la sua umiltà.

I film di Nino Taranto con Totò: Totò contro Maciste, Totò contro i quattro, Lo smemorato di Collegno, I due colonnelli, I pompieri di Viggiù, Il monaco di Monza, Totò truffa 62, Il giorno più corto.

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Erminio MacarioErminio Macario  Nato a Torino il 27 maggio 1902. Morto a Torino il 26 Marzo 1980.

scheda <Totò visto da Erminio Macario>

Erminio Macario, meglio noto al grande pubblico semplicemente come Macario, ha in comune con i grandi comici, che hanno lavorato con Totò, e con lo stesso Totò, la precocità, l'indigenza familiare e la vocazione. Anche lui inizia a recitare da bambino, come Taranto; interrompe la scuola per lavorare e aiutare la famiglia, facendo molti mestieri, come Fabrizi; tra un mestiere e l'altro, trova il modo di recitare in una compagnia di "scavalcamontagne", che rappresentavano drammi e farse nelle fiere dei paesi, come, in modo analogo, ha fatto Totò, agli inizi, esibendosi sugli orrendi palcoscenici che si aprivano e si chiudevano attorno alla Stazione di Napoli.

La sua carriera si delinea a partire dal 1924, anno in cui viene scritturato in qualità di "secondo comico" da Giovanni Malosso per la sua compagnia di balli e pantomime. Sarà per Macario oltre che un salto di professionalità, l'occasione per apprendere e sviluppare la naturale inclinazione all'arte mimica. La sua struttura fisica, piccolo e magro, e la scioltezza dei movimenti contribuiscono a pensare che l'anno con Malosso non è stato infruttuoso, anzi al contrario ha consegnato alla scena italiana un potenziale mimo, che potrebbe dirsi di scuola francese. Ma Macario, prima che un mimo, intende essere un comico e l'anno successivo passa nel giro che conta, quello della rivista.

Viene scritturato per la compagnia di Isa Bluette, ancora una volta però con un aggettivo: è il "comico grottesco" del gruppo. Gradualmente si guadagna il semplice appellativo di "comico" e nel 1929 ha finalmente il nome "in ditta". Da questo momento si sente pronto e nel 1930 costituisce una propria compagnia che, tranne qualche escursione nell'avanspettacolo, diventa una delle compagnie di rivista più longeve del teatro di rivista italiano. Nel 1937 chiama accanto a se Wanda Osiris, dando così origine alla coppia più famosa in spettacoli del genere.
 

Circondato sul palco sempre da belle donne (Olga Villi, Isa Barzizza, le sorelle Nava, Elena Giusti, Lauretta Masiero, Dorian Gray, Flora Lillo, Sandra Mondaini, Lucy D'Albert, Marisa Del Frate, Valeria Fabrizi, oltre, ovviamente, a Wanda Osiris), Macario è un protagonista della storia del teatro di rivista italiano: i suoi spettacoli, a parte la sua comicità, sono esemplari per la ricchezza delle scene, per i costumi sfarzosi, per le musiche sempre gradevoli e soprattutto per il numero di gambe femminili, sempre raddoppiato, che costituiscono il suo corpo di ballo.

Ma ciò che colpisce lo spettatore in misura maggiore è la sapiente miscela di sensualità e comicità farsesca, dai contorni spesso astratti e surreali di cui sono intrisi i suoi spettacoli. In tema di sensualità, restano famose "le donnine di Macario" un gruppo di belle ragazze che scrittura in sostituzione della soubrette, nel tentativo di innovare il genere.

Tra loro emergerà Lea Padovani, che diverrà un'ottima attrice cinematografica. Intanto ha anche trovato modo di esordire a cinema con il film "Aria di paese" (1933), di cui ha scritto pure la sceneggiatura. Questa esperienza resta però isolata. La sua attività cinematografica vera e propria inizierà nel 1939 e proseguirà intensa sino agli inizi degli anni cinquanta, sino a quando cioè il suo nome fa ancora, come si dice in gergo, "botteghino".

Da allora in avanti prenderà parte a molti altri film, tra cui quelli con Totò, ma non ne sarà più il protagonista assoluto, tranne in rari e sporadici tentativi che non riusciranno ad ottenere il seguito sperato. Alla fine avrà girato complessivamente quaranta film.

I film migliori restano i primi "Lo vedi come sei?" e "Imputato, alzatevi!". Vi arriva con tutte le caratteristiche, fisiche ed espressive, del comico Macario che ha già largamente sperimentato con successo a teatro. In un comico spesso conta molto la fisicità, il suo aspetto e l'uso che egli sa fare del proprio fisico e soprattutto della sua faccia.

La fisicità di Macario è particolare: il viso ovale, due occhi mobilissimi, ora ammiccanti, ora maliziosi ora irridenti ma sempre in maniera bonaria. I capelli lisci, con il ricciolo a virgola tenuto sulla fronte dalla brillantina.

Il corpo flessuoso, le cui posizioni sono sempre piene di significati. A questo si aggiunge il parlare un po' balbettante, che gioca sempre di rimessa sulle battute della spalla. In definitiva un comico surreale, mai privo però di arguzia e bizzarria che servono a ristabilire l'ordine delle cose. Macario, abituato ad essere servito da spalle famose in teatro ma anche nel cinema, è anche lui costretto a pagare il suo tributo a sua maestà Totò, ponendosi al suo servizio.

Un servizio che Totò sembra apprezzare molto se riesce, come riesce, a colorire ulteriormente la sua aggressività ed irruenza, priva ormai di ogni limite di pazienza di fronte al balbettío tipico di Macario. Sono duetti di bravura impareggiabili che entrambi apprezzano e ripropongono in ciascuno dei sei film girati assieme.

I film di Erminio Macario con Totò: Totò contro i quattro, Lo smemorato di Collegno, La cambiale, Totò di notte n.1, Il monaco di Monza, Totò sexy.

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Totò e Aldo FabriziAldo Fabrizi  Nato a Roma il 1° novembre 1905. Morto a Roma il 2 aprile 1990.

 scheda <Totò visto da Aldo Fabrizi>

Poeta, attore, sceneggiatore, regista, produttore e cuoco per passione. Non è un epitaffio, è solo la sintesi estrema delle molteplici qualità, di artista e di uomo, di Aldo Fabrizi. Indicativa anche di un carattere forte, determinato e tuttavia addolcito dar core romano che connoterà tutta la sua vita. Nato nel centro di Roma, in via del Pellegrino a due passi da Campo de' Fiori, vive la sua infanzia a contatto con gli umori, il temperamento e il carattere popolare del quartiere. Egli stesso, d'altronde, è quel che si dice "un figlio del popolo": sua madre ha un banco di frutta e verdura e suo padre è falegname.

Queste origini popolari, esibite anche con orgoglio, costituiscono il bagaglio "culturale" di base per la sua espressività futura. La sua formazione è pertanto analoga a quella di Totò, cresciuto nel quartiere Sanità a Napoli. Entrambi assorbono la cultura popolare d'origine.

Con la differenza che successivamente Totò sarà alla costante ricerca delle sue origini nobili, mentre lui è orgoglioso d'essere un "romano de' Roma". Ciò non impedirà che i due, nei loro rapporti privati, saranno poi autenticamente amici.

A ripercorrere la carriera di Fabrizi, sembra quasi di rileggere quella di Totò. Le analogie sono tante. Anche Fabrizi è mosso da "irrefrenabile vocazione". E si avvicina al mondo dell'avanspettacolo, dove si fa conoscere quale autore ed interprete. Nel 1931 si presenta al pubblico romano con due suoi atti unici "Bruneri e Canella" e "Nel Duemila", con cui ha modo di farsi apprezzare per la sua comicità, sapida e popolare, tutta ispirata ai tic, alle frasi ricorrenti e alla battuta bonaria della gente di Campo de' Fiori. Ha soltanto ventisei anni ed è già un comico ricco di tutto il repertorio necessario.

Accanto però a questa vena, ne nasconde un'altra, che forse intuisce ma che non sa di possedere, quella drammatica. Salterà fuori, in tutta la sua notevole dimensione, quando gliene offrirà il destro Roberto Rossellini in "Roma città aperta". E' appena il suo secondo film. A conferma di un felicissimo esordio cinematografico avvenuto qualche anno prima, nel 1942 con "Avanti, c'è posto".

In quella occasione, con una ormai lunga carriera teatrale alle spalle, Fabrizi si muove a suo agio davanti alla macchina da presa, costruendo un personaggio che, accanto alla comicità bonaria, sviluppa una tenerezza autentica nei confronti degli altri personaggi. La sua rimarchevole interpretazione è peraltro sottolineata dalla sobrietà realizzativa del regista Mario Bonnard. Quando nel 1951 i due lavorano per la prima volta insieme, Totò è nel fulgore della sua attività cinematografica, ritenuta tuttavia dalla critica di allora di qualità inferiore rispetto, per esempio, agli altri cinque titoli che nel frattempo hanno arricchito la filmografia di Fabrizi.

Tutti o quasi tutti ritenuti, per la tematica che affrontano, film "impegnati", come si diceva allora per sottolinearne il particolare risvolto sociale. Inoltre Fabrizi è un attore internazionalmente noto, dopo il successo di "Roma, città aperta".

 

Non è noto, invece, se i due, all'atto di avviare nel '51 le riprese di "Guardie e Ladri", si conoscessero già. E' presumibile tuttavia che ciascuno, per proprio conto, abbia accettato di lavorare con l'altro per ragioni diverse. Fabrizi, perché nel copione vi ha scorto la continuità con le tematiche sinora affrontate nei suoi film precedenti; Totò, perché vi legge finalmente una storia molto verosimile, rispetto alle trame realizzate sino a quel momento, tutte sbrindellate e tenute in piedi solo dalla sua comicità funambolica.

Si può anche ipotizzare che Fabrizi abbia accettato poiché, a prima lettura, il suo personaggio appare quale il protagonista della vicenda. Certo è che però sul set le cose cambiano.

Totò ancora una volta pone in essere la sua aggressività. Questa volta condita di meno lazzi. Ha un personaggio per le mani e lo costruisce sapientemente. Lo carica di cialtroneria e tenerezza, mai rinunciando ai suoi moduli espressivi. La sensibilità di Fabrizi coglie appieno il rischio che sta correndo: di essere trasformato nella "spalla" del comico napoletano.

E reagisce. Nei duetti oppone un distacco, arretra e si rifugia in una mimica facciale e gestuale, che costringe Totò a ridarsi la battuta. E sono duelli sublimi. Alla fine la partita l'avrà vinta Totò, come peraltro sottolineano i riconoscimenti ottenuti per l'interpretazione di questo film.

Il "Nastro d'argento" e la "Palma d'oro" a Cannes gli vengono attribuiti per il "doppio registro comico e drammatico di ispirazione chapliniana".Ma Fabrizi ha imparato la lezione. Nei quattro film che seguono arriva sul set prevenuto. E' troppo forte il timore di essere strumentalizzato, di passare in secondo ordine. Ed evita accuratamente di lasciarsi coinvolgere dall'aggressività di Totò. Ricorre all'intera gamma delle sue qualità comiche, che gli consentono, se non di arginare, quantomeno di contenere l'irruenza di Totò.

E ci riesce. Si assiste alle "performance" di due grandi, godibili e, in alcuni momenti, esemplari, ma comunque distinte tra di loro. E tuttavia, anche solo per quei momenti esemplari, valeva la pena che i due lavorassero assieme.

Fabrizi non è stato una spalla di Totò e Totò per una volta tanto ha recitato senza spalle. Però si è cementato un rapporto umano che vale la pena di raccontare. Nella vita privata Totò era un ipocondriaco, un malinconico. Aveva poche relazioni e raramente usciva di casa la sera. Oggi si sarebbe detto che non era un "presenzialista". Fabrizi nutriva per Totò un affetto sincero, mai intaccato dalla rivalità professionale, e spesso andava a trovarlo a casa per passare con lui intere serate.

Lasciamo però che a raccontare di questa amicizia sia chi era presente: la figlia di Totò, Liliana: "Fabrizi era l'unico attore che Totò frequentava nella vita privata. Ci fu un periodo che veniva quasi tutte le sere a casa nostra, quando era ancora viva la nonna che passava pomeriggi interi a preparare da mangiare per tutti. Fabrizi era molto scherzoso e divertente e papà lo stava ad ascoltare fino a tardi e rideva come un bambino".

Era questa la rivincita umana dell'attore Fabrizi? E' da escludere. Fabrizi, sul set, ha sempre risposto colpo su colpo. Non aveva bisogno di altre rivincite. La sua comicità non è mai stata rassegnata, da vittima designata e docile, come quella di Peppino. Fabrizi, a modo suo, accettava la sfida e riusciva quasi sempre a rompere l'assedio di Totò per ingaggiare duelli memorabili. Insomma Fabrizi era il romano che non si arrende mai, che "nun ce vole sta".

I film di Aldo Fabrizi con Totò: Guardie e ladri, Una di quelle, Totò contro i quattro, I tartassati, Totò Fabrizi e i giovani d'oggi, Il giorno più corto.

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Mario Castellani  Nato a Roma nel 1906. Morto a Roma il 26 aprile 1978.

   scheda <Totò visto da Mario Castellani>

Mario Castellani è stato per Totò la spalla ideale. Ha preso parte a ben quarantadue dei circa cento film "girati" dal grande comico napoletano. Probabilmente un record di "coppia cinematografica", quantomeno italiana. Iniziata nel 1945 con il film Il ratto delle sabine, la collaborazione tra i due aveva però radici precedenti. Il primo riscontro lo fornisce il cartellone di Madama follia, uno spettacolo di rivista del 1928.

Si tratta del primo spettacolo, di livello nazionale, in cui compare per la prima volta il nome di Totò accanto a quello della diva del momento, Isa Bluette, e tra i protagonisti c'è anche Mario Castellani. E' la loro prima esperienza professionale in comune. Resterà un episodio isolato.

Sino a quando i due non si ritroveranno. Come racconta lo stesso Castellani: "Incontrai Totò nel 1927. Lui proveniva dal varietà, io dall'operetta. Allora le riviste erano a filo conduttore ed eravamo i due comici della rivista. Poi ci lasciammo per delle vicissitudini dovute alla tremenda crisi del teatro e ci riunimmo nel 1941.

 

In compagnia c'era Anna Magnani e facemmo teatro assieme e poi ho continuato con lui per anni anni e anni, in teatro e in cinema." (Mario Castellani - intervista alla Rai dopo la morte di Totò, nel 1967). Nel 1941, dunque, i due si ritrovano, ancora una volta in uno spettacolo di rivista, Quando meno te l'aspetti.

Non sarà stato da questo momento che il "comico" Castellani si trasforma in "spalla" di Totò. Certo è però che tra i due non c'è più il rapporto che intercorre tra i "due comici della rivista". Totò ha già raggiunto il successo.

A teatro ha il nome "in ditta", come si dice. Ed è già iniziata la sua esperienza cinematografica. Lo riconosce lo stesso Castellani, quando, alla morte di Totò, dichiara: "Totò è stato un caposcuola, ha insegnato un po' a tutti, tutti hanno attinto e attingeranno ancora da lui per molto tempo.

Le cose che Totò poteva insegnare sono innumerevoli. La meccanica, la tecnica, l'improvvisazione, il gioco mimico, perché era un grandissimo mimo." Una dichiarazione che lascia intuire una profonda ammirazione, la stessa che ha alimentato e sviluppato in simbiotico il rapporto "spalla-comico", così come Totò evidentemente l'intendeva.

Castellani era un buon attore e aveva tutte le caratteristiche artistiche per essere una "buona" spalla, ma avrebbe ridotto il suo il ruolo a poco più che una presenza, a fronte dell'aggressività di Totò, se non avesse integrato, con le sue qualità umane e intellettuali, il rapporto con il grande comico. La loro diviene un'amicizia profonda che ha riverberi anche in palcoscenico e a cinema. Tant'è che Totò lo considera indispensabile. Lo vuole sempre accanto e, quando nel cast non c'è posto per lui, chiede e ottiene che sia scritturato come aiuto-regista.

Questo capita, in particolare, dopo il 1957, quando Totò, colpito da una grave malattia agli occhi, diviene semi-cieco. Da allora in poi il rapporto, umano e artistico, ha modo di evidenziarsi nella sua totale completezza. Castellani, che sia o meno nel cast, resta sempre al fianco di Totò, gli legge la parte, gli spiega, a lui quasi cieco, come è disposta la scena e i movimenti che deve fare.

 

Già prima, però, di questo dramma che colpisce Totò, Castellani-spalla ha accettato il ruolo di "vittima" al quale lo costringe la comicità esuberante ed aggressiva dell'amico. Racconta Totò: "Nello sketch del vagone letto, qualche volta finiva per arrabbiarsi sul serio perché io lo angariavo in ogni modo, gli impedivo di dormire, gli gettavo la valigia dalla finestra, gli ripetevo una dopo l'altra le mie solite frasi di disturbo: "lei non sa chi sono io, ma mi facci il piacere....". Insomma un tormento! A cui evidentemente Castellani si sottopone volentieri, e non solo per amicizia.

La sua carriera professionale è indissolubilmente legata a Totò e questo lo sa bene, tant'è che in seguito si limitano alle dita di una mano le altre occasioni di lavoro che gli capitano, e tutte di routine. Mentre Totò completa la sua carriera lavorando con registi di fama internazionale (Lattuada, Pasolini, Dino Risi) Una dedizione, per concludere, assoluta che, sul piano artistico, si è, nella sostanza, trasformata in plagio. E questa non è un'accusa al grande comico. Totò era Totò e la sua carica di prevaricazione era una connotazione naturale e ineliminabile della sua comicità. Che è stata certamente esaltata dalla recitazione remissiva e accondiscendente di Castellani.

Entrambi ne erano perfettamente coscienti, diversamente non avrebbero lavorato tanto assieme. Il merito maggiore di Castellani sta proprio in questo: nell'aver capito che, attraverso il suo modo di essere attore, si esaltavano le qualità migliori di Totò.

I film di Mario Castellani con Totò: Totò contro i quattro, Questa è la vita, Il più comico spettacolo del mondo, Una di quelle, Guardie e ladri, Totò al giro d'Italia, Totò Peppino e la malafemmina, Un turco napoletano, Totò a colori, Totò e Cleopatra, Totò sceicco, I pompieri di Viggiù, L'imperatore di Capri, Che fine ha fatto Totò baby?, Totò contro il pirata nero, 47 morto che parla, Figaro qua figaro la, Totò cerca casa, Le sei mogli di Barbablù, Noi duri, L'uomo la bestia e la virtù, Totò Peppino e la dolce vita, I tre ladri, Sette ore di guai, Totò diabolicus, Totò Peppino e i fuorilegge, Il ratto delle sabine, Fifa e arena, Totò le Mokò, Totò cerca moglie, Totò e i re di Roma, Totò terzo uomo, Totò Tarzan, Totò e le donne, Dov'è la libertà, Totò e Carolina, Il medico dei pazzi, Totò cerca pace, Tempi nostri, Totò all'inferno, La cambiale, Chi si ferma è perduto, Letto a tre piazze, I due marescialli, Totò truffa 62, Lo smemorato di Collegno, Totò di notte n.1, Il comandante, Il monaco di Monza, Totò sexy, Le motorizzate, Totò d'Arabia, Gli amanti latini.

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Totò con Peppino De FilippoPeppino De Filippo  (Napoli 1903 - Roma 1980),

scheda <Totò visto da Peppino De Filippo>

Attore e commediografo italiano. Dopo l'esordio nella compagnia di Eduardo Scarpetta, formò una compagnia con Eduardo e Titina, recitando commedie del fratello o di sua composizione. Nel 1945 si staccò dai fratelli per fondare una sua compagnia, per la quale creò, diresse e interpretò numerose commedie.

Si ricordano Gennarino ha fatto il suo voto (1950), Io sono suo padre (1952), Un pomeriggio intellettuale (1954), Metamorfosi di un suonatore ambulante (1960) e Come finì don Ferdinando Ruppolo (1969). Con una comicità leggera e accessibile diede vita, oltre che sulle scene anche al cinema, a una serie di spassosi personaggi e caratteristiche macchiette (spesso accanto a Totò e Aldo Fabrizi).

Tra i film più celebri, si ricordano Tre uomini in frac (1932) di Bonnard, Luci del varietà (1951) di Alberto Lattuada e Federico Fellini, Totò, Peppino e la malafemmina (1956), Boccaccio '70 (1961) di Fellini. Si dedicò anche alla televisione, al cui pubblico regalò l'indimenticabile personaggio di Pappagone.

Prima di morire associò alla direzione della sua compagnia il figlio Luigi, anch'egli attore e autore di commedie, che continua la tradizione familiare.

 

Il mio primo incontro con lui risale nientenenochè al 1918 o 19. In quell'epoca Totò lavorava in varietà in piccoli locali periferici di Napoli; nei periodi estivi girava la provincia. Lo ascoltai la prima volta, mi pare, al piccolo teatro Mercadante in via Foria.

Fui attratto da un manifesto che diceva così: Questa sera il comm. Gustavo De Marco, imitato da Totò macchiettista contorsionista, trasformista e "Marionetta vivente". Questa ultima qualità gli proveniva dal fatto che sapeva imitare alla perfezione i movimenti dei PUPI. Tanto bene ne imitava i gesti che era davvero impressionante e ammirevole vederlo.

Gli divenni amico quando ci trovammo scritturati assieme al teatro Nuovo di Napoli nella compagnia Molinari, io in qualità di semplice "generico" e lui di "primo attore comico" di un repertorio di riviste e di riduzioni scarpettiane.

Un giorno nell'inverno del 1956 Totò mi fece sapere che gli avrebbe fatto tanto piacere se avessi accettato di girare un film con lui. Trovai l'offerta interessante e cominciò così la serie dei Totò Peppino ...

Totò è stato l'unico comico che mi abbia deliziato sinceramente lo spirito. In ogni suo gesto, in ogni suo movimento, in ogni suo atteggiamento, io ci intravedevo quel tanto di maniera scoperta e schietta che rasentando la donchisciottesca spavalderia viveva a stretto contatto con il più sfacciato tono pulcinellesco. Posso affermare che tutti i films che abbiamo girato assieme, spesso li abbiamo recitati a "soggetto" , creati li per li, scena per scena, al momento di girare.

I film di Peppino De Filippo con Totò: Totò Peppino e i fuorilegge, La cambiale, Una di quelle, Totò contro i quattro, Signori si nasce, Chi si ferma è perduto, Letto a tre piazze, Totò e le donne, La banda degli onesti, Totò Peppino e la malafemmina, Gli onorevoli, Totò Peppino e la dolce vita, Totò e Peppino divisi a Berlino, Totò Peppino e le fanatiche, Arrangiatevi, Il giorno più corto.

 

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