Totò, Peppino e la malafemmina

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Film in B/N durata 100 min.  -  Incasso lire 682.700.000  (valore attuale € 16.528.925,61)  -  Spettatori 4.543.000   Video-clip 35 sec.

"Totò, Peppino e la malafammina" 1956 di Camillo Mastrocinque. Soggetto Nicola Manzari dalla canzone Malafemmina di Antonio De Curtis; Sceneggiatura Camillo Mastrocinque, Alessandro Continenza, Edoardo Anton, Francesco Thellung. Produttore Isidoro Broggi e Renato Librassi per D.D.L., Direttore della fotografia Mario Albertelli, Musiche Lelio Luttazzi, Montaggio Gisa Radicchi Levi, Sceneggiatore Alberto Boccianti, Direttore di produzione Romolo Laurenti - Carlo Vignati - Bruno Tolusso, Aiuto regista Mauro Monassi, Fonico Piero Ortolani. Produzione Dino De Laurentiis.

Interpreti: Totò (Antonio Caponi), Peppino De Filippo (Peppino), Dorian Gray (Marisa, la malafemmina), Mario Castellani (Mezzacapa), Teddy Reno (Gianni), Vittoria Crispo (Lucia), Nino Manfredi (Raffaele), Linda Sini (Gabriella) , Lamberto Antinori (un amico), Augusto Di Giovanni (Nicola), Delia Orman (moglie di Mezzacapa), Eduardo Toniolo (Remo), Corrado Annicelli (il conte), Salvo Libassi (Marassi), Linda Sini (Gabriella), Donatella Randisi (Mariangela), Corrado Tedeschi (Giannino), Franco Rimoldi (il vigile)

Trama: Totò e Peppino hanno un nipote, Gianni, che studia a Napoli. Quando vengono a sapere che il giovane si è innamorato di un'attrice di varietà, che ha piantato gli studi e che l'ha seguita al nord, partono insieme alla madre del ragazzo per salvarlo. Inducono la ragazza a lasciare Gianni che si sente tradito e l'accusa cantando "malafemmina". La ragazza piange, gli zii si convincono che è una brava ragazza che ama profondamente il nipote e la invitano ad andare con loro al paese sposando Gianni.  >>articolo correlato: Franco Rimoldi, il vigile di Totò, Peppino e la malafemmina, si racconta <<  >>articolo correlato: Un aneddoto poco noto di Emanuela Catalano <<

Film completo: Totò, Peppino e la malafemmina

Critica: È il capolavoro assoluto di Totò, la sua Gioconda. Basta guardarlo mentre osserva il vigile urbano di stanza a piazza del Duomo. Sono arrivati, lui e Peppino, da un paesino del Sud per salvare il nipote, Teddy Reno, dalle brame della voluttuosa Dorian Gray.

È la prima volta che mettono piede al Nord. Guardate come sono vestiti. Come esclamerebbe Totò: «E ho detto tutto». Guardateli in una stanza d'albergo nella memorabile scena della dettatura della lettera che accompagna la consegna dei soldi alla traviatice perché dimentichi il bel giovane.

È una delle sequenze più divertenti della storia del cinema italiano.

È un fuoco di artificio di trovate linguistiche, di sublimazione di doppi sensi, di fantasia allo stato puro. Totò e Peppino si superano, galvanizzandosi come se fossero a teatro. Roberto Benigni e Massimo Troisi hanno azzardato un remake di quella sequenza in Non ci resta che piangere. Pur essendo loro dei fenomeni, non è stata la stessa cosa.

Ci sono delle «irripetibilità» figlie di uno stato di grazia particolare. La sequenza della «lettera», come tutto Totò, Peppino e la malafemmina, appartengono a questa ristretta categoria. Da Certi piccoli amori. Dizionario sentimentale di film, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 1994

Tratto da un soggetto di de Curtis, risente di un certo clima da strapaese, ormai tanto popolare dopo l'immenso successo di "Pane, amore e fantasia".

La straordinaria comicità di Totò e Peppino De Filippo finì per aprire un vero e proprio filone (sei film con il titolo "'Totò, Peppino e...") dove si intrecciano due caratteri e due livelli recitativi diversi, che concorrono a formare la 'classica coppia del clown bianco (Peppino) e del clown Augusto (Totò).

Il meccanismo comico è in fondo antichissimo, e deriva dall'accostamento per contrasto tra il furbo (o chi crede di essere furbo) e lo sciocco, fratelli o semplicemente compagni, che, per la loro insipienza non fanno altro che provocare disastri.

Il film risente, ancora una volta dello spirito del teatro di avanspettacolo, con le evidenti "scenette" (comunque sempre molto efficaci) dei due semianalfabeti che scendono alla stazione di Milano vestiti da cosacchi, che cercano di scrivere una lettera sconclusionata, che non sanno comportarsi in un ristorante, scambiando il maitre per un diplomatico, che cercano di parlare in tedesco con un vigile milanese, che scambiano il Duomo di Milano per la Scala e il Colosseo ecc.

Il film però (e qui sta l'intuizione garbata di Mastrocinque) non si prende sul serio e non offre un ennesimo esempio di bozzettismo provinciale, bensì disegna una vera e propria caricatura di questo.

Totò si scatena, con una recitazione mai esagerata, esibendo il suo repertorio, con i numerosi giochi linguistici (bicarbonato per carburatore, coperta per coperto, caramella per caravella ecc.) e con il solito giochetto dei soldi, (restituisce al fratello 40.000 lire e poi dichiara, raggirandolo con un discorso privo di senso, che adesso è lui ad essere in credito della stessa somma) già collaudato in "47 morto che parla" e ne "Il medico dei pazzi".

La dissacrazione linguistica tocca ovviamente il suo culmine nella famosa scena del tentativo di farsi capire con il vigile milanese davanti al Duomo e nella lettera dettata a Peppino: Veniamo noi con questa noi a dirvi una parola che, scusate se sono poche ma 700 mila lire noi ci fanno specie che quest'anno - una parola - c'è stato una grande moria delle vacche. Punto, due punti. Ma sì,  fai vedere che abbondiamo. Abondandis Adbondandum.

Questa moneta servono per i dispiaceri che avreta... avreta... e gia, è femminile... Punto, punto e virgola, punto e un punto e virgola... apri una parente... Un grave errore di sceneggiatura e di regia nella scena in cui i due innamorati, che hanno litigato, si trovano separati da alcuni tavoli nel solito ristorante dove vanno sempre con lo stesso gruppo di amici. Risulta pertanto assurda la battuta di uno di questi che, rivolgendosi alla ragazza chiede: "Chi è quel giovanotto? Lo conosci?".

E la ragazza risponde: "No, non l'ho mai visto". Una curiosità per finire, Corrado Tedeschi ha una comparsata in questo film, interpretando a soli 4 anni Giannino, il figlio di Gianni; nella parte finale del film: "Ma dove sta Giannino?" Chiede a sua madre Gianni "Se lo sono portato col calesse quei due scervellati... dicono che gli devono insegnare le tradizioni di famiglia" Già, rompere i vetri a Mezzacapa...

Tratto da "Totò principe clown" di Ennio Bìspuri per gentile concessione

 

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