I nomi di Totò: Sua altezza ... Totò      Condividi su Facebook  

 

Non pochi appassionati sicuramente sanno delle nobili origini del nostro Totò, di come egli ami fregiarsi del titolo di Principe di Bisanzio, vantandosi legittimo e diretto successore di Costantino il Grande, nonché erede al trono del Sacro Romano Impero.

Non tutti però possono sapere come questo tormentato blasone sarà per lui, per tutta la sua vita, motivo di puntigliosa ricerca dei legittimi quarti di nobiltà; una ricerca tesa quasi a riscattare i lunghi anni di miseria ed anonimato.

 

Nato figlio illegittimo, solo nel 1921 Totò viene riconosciuto dal padre, principe Giuseppe De Curtis, come suo figlio naturale: questo suo passato di «irregolare» costituisce, forse per rivalsa, una spinta notevole alla sua fame di nobiltà e di titoli, oltre che alla forse giusta indagine genealogica.

Essendo per nascita principe « di sangue ma non di diritto », per rendere completo il suo stato di nobile, Totò compie svariati tentativi di farsi "adottare" da nobili napoletani dell’epoca (tra cui un Principe Caracciolo che, pare, lo trattò male e lo scambiò per un "diverso") e infine riesce, grazie alle sue doti artistiche che ne fanno un personaggio fascinoso, ad entrare nelle grazie dì un certo marchese Francesco Maria Gagliardi Focas, ottenendone un vero e proprio titolo e diversi patronimici.

 

Dopo la morte del padre, si dà all’improba fatica di dimostrare al mondo la sua diretta discendenza dagli imperatori del Sacro Romano Impero: una stirpe che risale nientemeno che al terzo secolo avanti Cristo.

Una serie di lunghe peripezie legali e una sfilza di studiatissime sentenze di tribunale gli permette finalmente, dal 1950, di chiamarsi:

 

Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfigenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, Altezza Imperiale, conte Palatino del Sacro Romano Impero, Esarca di Ravenna, Duca di Macedonia e di Illiria, Principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e di Durazzo.

Ebbene, questo particolare dei titoli nobiliari ed imperiali in una tomba, dati a chi non è più in grado di fregiarsene fattivamente, mi ha strappato un sorriso, nonostante il luogo ed il momento; mi è venuto naturale, infatti, ripensare subito alle parole della sua ‘A livella, dette dal netturbino Don Gennaro all’altero marchese:

«...Nu rre, nu magistrato, nu grand’ommo trasenno stu canciello ha fatto ‘o cunto ch’ha perso tutto, ‘a vita e pure ‘o nommo... ».

Caro Principe! una persona seria, un uomo di mondo si lascia andare a certe debolezze? Si fa seppellire col titolo di Altezza Imperiale, pur con tutto il rispetto dovutogli?

Anche questo fa parte, ho subito però riflettuto, della natura di Totò; anche questo è un aspetto della sua morale tanto strana quanto in fondo comune: ed il sorriso ha ceduto il passo alla commozione.

Non c’è volta ora che io mi rechi a Napoli e non vada a trovare Totò (in fin dei conti, penso, apprezzerà anche gli sconosciuti!): una sosta di pochi minuti, un fiore posato su quell’avello principesco mi servono non solo sul piano affettivo, ma soprattutto per cogliere, in quello spazio così ristretto, l’aura strana che ancora ne emana ed il magnetismo intenso di due occhi giovanili che guardano da una foto posata sull’altarino della cappella; cose vicinissime che stanno lì, reali, a ricordare non il Principe morto, ma un Totò più vivo che mai, il vero ed il solo che avremmo sempre voluto con noi.

E non finisce qui, perché pare che nel Gotha italiano i titoli e i nomi spettanti a Totò occupino una intera pagina!!

Molti nobili, o presunti tali, contenderanno in seguito a Totò i suoi titoli, avanzando sdegnate accuse di « usurpazione »: e l’attore dovrà combattere, suo malgrado, numerose battaglie in tribunale, battaglie da cui però uscirà sempre vincitore ed ancora padrone dei suoi alti-sonanti blasoni.

Tra questi contendenti, a titolo di cronaca e per la curiosità che il fatto indubbiamente suscita, ricorderemo: il Principe Nemagna Paleologo di Napoli; Marziano Il, patetica figura di giovane efebo romano che ama fregiarsi dei titoli di Imperatore titolare della Casa Lascaris Comneno, Porfirogenito Paleologo, capo della Casa sovrana di Costantinopoli, eccetera; Maria Teresa Argondizza-Tocci, che si dichiara diretta discendente in linea femminile di Costantino XII; e così via tanti altri, cui Totò, fieramente convinto delle sue origini, tiene testa e dimostra di essere l’unico erede di cotanti avi.

A suggello di questa nobiltà millenaria, egli porterà anzi sempre orgogliosamente un anello al dito mignolo; su di esso è riportato lo « stemma di famiglia »: l’araba fenice che guarda il sole nascente sotto le colonne d’Ercole, la mezzaluna e tre stelle.

Nel 1961 Totò chiede ufficialmente al Sindaco di Cava dei Tirreni, presso Salerno, che gli sia "restituito" un quadro, esposto presso il locale municipio e raffigurante un certo Camillo De Curtis, discendente da un De Courtenay sceso a Napoli con Carlo D’Angiò, che l’attore ritiene suo avo in linea diretta: il quadro gli viene naturalmente negato, nonostante le insistenze.

 

Un ultimo aneddoto su questa tanto discussa nobiltà, un fatterello che penso pochi conoscano, lo riporto qui appresso; esso occupa tutto un capitolo del libro Cavalieri di Malta, del francese Roger Peyrefitte, famoso romanziere e saggista.

Totò, certo che questo titolo gli fosse necessario per una ulteriore conferma della sua nobile discendenza, decide un giorno di chiedere anche l’investitura di Cavaliere del Sovrano Militare Ordine di Malta: recatosi di persona, in compagnia del suo avvocato, dal Gran Balì dell’ordine, dopo un cordiale colloquio, si sente dire dall’alto dignitario che non gli è possibile ottenere l’onorificenza di Cavaliere di Malta; questo perché essa, secondo precise regole dinastiche e cavalleresche, viene concessa ai soli nobili « di stirpe e di diritto ».

Non è il caso di Totò, che, come abbiamo visto sopra, è nato illegittimo cd è stato riconosciuto solo successivamente come figlio di principe: egli è quindi nobile di stirpe ma non di dirito!

« Ma io sono un De Curtis, sono stato legalmente riconosciuto» — replica Totò. E il Balì: «Sì, ma questo esclude lo stato di diritto del vostro titolo, che è solo acquisito. E poi, comunque, c’è un altro ostacolo: è impossibile avere il titolo di Cavaliere di Malta per coloro che esercitano il mestiere di clowns o di teatranti ». — «Ma Eccellenza, voi mi offendete!» fa Totò, piccato — «io sono una persona seria, un Principe, un artista, un uomo di mondo, non un pagliaccio da circo equestre! » «È inutile, Altezza, — risponde bonario ma definitivo il Balì — io vi ammiro molto come uomo di spettacolo e vengo spesso ad applaudirvi, ma le nostre regole sono precise. Riverisco ».

E lascia Totò deluso ed amareggiato: è questa, forse, l’unica battaglia perduta dal Principe per il riconoscimento di un titolo.

Infine, una parentesi personale: in occasione di uno dei miei viaggi a Napoli, ho voluto, per un senso di rispetto e di ammirazione, rendere omaggio alla tomba di Totò nel cimitero del Pianto, sulla via per Poggioreale. L’attore riposa nella cappella gentilizia dei De Curtis (insieme a lui sono il padre, la madre, il figlio Massenzio avuto dalla Faldini e morto appena nato, Liliana Castagnola ed un anonimo parente), in un grande sarcofago di marmo rosa sul cui frontale, sotto il profilo in bassorilievo del Principe, è scritto:

SUA ALTEZZA IMPERIALE  ANTONIO FOCAS FLAVIO ANGELO DUCAS COMNENO DE CURTIS  PRINCIPE IMPERIALE DI BISANZIO NELL’ANNO 1951 EDIFICÒ QUESTA CAPPELLA GENTILIZIA PER SE E PER I SUOI

 

 

È importante, a mio giudizio, centrare e comprendere le caratteristiche di questo “dualismo”, se vogliamo cogliere nel segno della dimensione artistica ed umana che ne scaturisce, e se vogliamo più agevolmente discutere, a ragion veduta, sul perché il successo di un cinquantennio non sia altro che il consuntivo di tutta una vita.

 

Il Principe Antonio De Curtis, questo compassato signore che si vanta di essere aristocratico rampollo di una stirpe di imperatori, non condivide mai, in effetti, se stesso; in altre parole, egli non vuole affatto riconoscersi nel personaggio e nella maschera da lui creati e portati al trionfo dopo tanti anni di sacrifici e privazioni; tiene in modo determinante, il Principe, alla differenza fra se stesso e Totò.

Sente di non avere in comune con lui alcun punto d’incontro, alcun sentimento o idea; e per quanto strano e contro natura possa sembrare questo atteggiamento, non possiamo fare a meno di sorridere, pensando a quest’uomo pensieroso, assorto, lontano dalla notorietà, che aborisce e respinge la maschera grottesca e sguaiata di Totò.

 

Il Principe preferisce alle fumose e rumoreggianti platee, ai sets dei teatri di posa, ai palcoscenici che sono unica ragione di vita per Totò, gli ambienti silenziosi e raffinati, l’amicizia di conti ed altri nobiluomini; uno come lui, del suo rango, non può abbassarsi al livello di una marionetta, di una figura che si guadagna da vivere sbeffeggiando il prossimo ed esasperandolo, ripetendo continuamente: « Sono un uomo di mondo, sa? Ho fatto tre anni di militare a Cuneo! ».

Per gentile concessione: Guido Mosca - Sua altezza ... Totò - Edizioni L'Ulivo - 1985

 

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