Guardie e ladri

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Film in B/N durata 100 min.  -  Incasso lire 655.000.000  (valore attuale € 21.435.950,41)  -  Spettatori 5.820.000  Video-clip 31 sec.

"Guardie e ladri" 1951 di Steno e Mario Monicelli. Soggetto Piero Tellini,  Sceneggiatura Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Aldo Fabrizi, Ruggero Maccari, Steno e Mario Monicelli; Produttore Carlo Ponti e Dino De Laurentiis (Golden), Direttore della fotografia Mario Bava, Musiche Alessandro Cicognini, Montaggio Franco Fraticelli, Sceneggiatore Flavio Mogherini, Direttore di produzione Bruno Todini, Aiuto regista Mario Mariani, Fonico Gino Fiorelli.

Interpreti: Totò (Ferdinando Esposito), Aldo Fabrizi (brigadiere Bottoni), Ave Ninchi (sig.ra Bottoni), Rossana Podestà (figlia di Bottoni), Mario Castellani (il tassinaro), Gino Leurini (Alfredo), Carlo Delle Piane (un figlio di Esposito), Pina Piovani (moglie di Esposito), Ernesto Almirante (il padre di Esposito), William C. Tubbs (l'americano truffato), Pietro Carloni (il commissario).

Trama: Ferdinando Esposito vive di piccoli furti e imbrogli. Durante uno di questi espedienti viene inseguito dal segente Bottoni. Dopo un lungo inseguimento Ferdinando riesce a fuggire. Ma il sergente deve trovarlo entro tre mesi se non vuole perdere il posto. Fa amicizia con la famiglia di Ferdinando, le mogli diventano amiche e cosi i figli fino a che, durante un pranzo, con le due famiglie unite e ignare di tutto, il sergente Bottoni deve arrestare il ladro.

Ma prova rimorso e lascia andare libero. Ferdinando sa che l'amico perderà il posto ed è lui che trascina il sergente verso la questura. Le famiglie sanno che Ferdinando deve fare un lungo viaggio e che il sergente si occuperà della famiglia in sua assenza.

Film completo: Guardie e ladri

Critica: Uno dei rari film di Totò che fu elogiato quasi all'unanimità dalla critica dell'epoca (Nastro d'argento a Totò e a Cannes premio alla sceneggiatura di V. Brancati, A. Fabrizi, E. Flaiano, R. Maccari, Steno e Piero Tellini) anche perché s'innestava nel filone neorealistico.

“Ho favorito il passaggio di Totò al neorealismo, limitando le sue caratteristiche di comicità surreale che lo aveva caratterizzato in precedenza. Sarà poi Pasolini a orientarlo più sul misterioso o sul magico, forse lo ha capito meglio di me” (M. Monicelli). Ebbe noie dalla censura. Verrebbe la voglia di non amarlo, Guardie e ladri. È uno dei pochi film, infatti, per i quali Totò fu celebrato da vivo. Gli diedero la Palma d’oro a Cannes e il Nastro d’argento, addirittura. Totò, infatti, era buono e bravo solo se qualcuno, scrivendo o dirigendo, aveva messo nel film il «proprio» talento. Solo così si poteva spiegare perché quel comico con la faccia oblunga fosse, quella volta, «stato bravo».

Verrebbe voglia di dire che per parlare di Totò bisognerebbe mettere da parte Pasolini e Uccellacci e uccellini e considerare solo i film di Mattoli e di Mastrocinque. Totò era «bravo» a prescindere.

Verrebbe voglia di dire tutto questo. Ma è invece impossibile non amare Frate Ciccillo del film pasoliniano o Ferdinando Esposito, il ladro poveraccio di Guardie e ladri. E non provare tenerezza e commozione per la corsa a perdifiato di una guardia e un ladro che sembrano più fuggire che inseguirsi. L’Italia della ricostruzione era ancora debitrice verso tutti e due, anche se era difficile riconoscerlo.

Il film, che fu scritto anche da Ennio Flaiano e Vitaliano Brancati, è veramente coraggioso, per quel tempo. Il bene e il male, il lecito e l’illecito si confondono, si incontrano, si confrontano. E tutto è nella poesia degli sguardi, dei dialetti di Fabrizi e Totò. - Walter Veltroni

Totò imbroglione e Fabrizi brigadiere dei carabinieri sulla sua traccia. Peripezie e trovate del genere che chiunque conosca i due comici - e chi non li conosce ormai? se ne fa un abuso vero e proprio - può agevolmente immaginare. Questo film non sposta di un sette il discorso allarmato che ormai tutti i critici un po’ responsabili hanno cominciato a fare a proposito della sconfortante povertà della farsa cinematografica italiana. Da Sperdute nel buio. 77 critiche cinematografiche di Mario Luzi, Trecazzano, Milano, 1995.

Il film costituisce il punto più alto di tutta la carriera di Totò, il momento della sintesi più convincente di tutta la sua arte, in cui vanno a confluire, fondendosi perfettamente, tutti gli aspetti della recitazione, che per la prima volta si elevano al massimo livello e si mantengono in un equilibrio perfetto, quasi miracoloso.  Il film, diretto superbamente dalla coppia Steno-Monicelli, riprende in parte la problematica già presente in "Totò cerca casa", e sviluppa, sia pure in una chiave farsesca, un grande problema sociale: la crisi degli alloggi. Qui, invece, i drammi dell'esistenza, trattati con mano leggera e con lo stile della commedia, assurgo ad un livello di totale aderenza alla realtà, di totale e sincera partecipazione.

Merito soprattutto della bravura di Tellini. Il film è strutturato su una storia esemplare, che rimanda alla perfezione di "Ladri di biciclette", dal cui sviluppo emerge tutto il vissuto dei personaggi, le loro miserie, i loro caratteri, le loro aspettative. Alla forza eccezionale del soggetto si aggiunge la partecipazione alla sceneggiatura di scrittori del livello di Ennio Flaiano e Vitaliano Brancati e di Ruggero Maccari, e a quest'ultimo il grande merito di aver stemperato il film nei momenti in cui rischiava di diventare eccessivamente drammatico o troppo sentimentale.

Tutta la critica unanimemente considerò il film un capolavoro, un esempio eccezionale di quel "Neorealismo comico" che era già affiorato in "'Totò cerca casa". Premiato a Cannes nel 1951 come migliore sceneggiatura, de Curtis ottenne il titolo Nastro d'argento come miglior attore protagonista. In "Guardie e ladri" si compiva insomma il miracolo di un'opera costruita in tono satirico e di commedia, con punte altamente comiche, che apriva però uno squarcio impietoso sulla realtà dell'epoca.

Nella lunga e importantissima sequenza iniziale dell'inseguimento del ladro i registi, infatti, mostrano l'estrema periferia di Roma, che andava all'epoca lentamente sviluppandosi: vediamo così l'Acqua Acetosa, una campagna incolta e qualche casolare, un' osteria abbandonata e priva di servizi igienici adeguati.

È in questo tessuto che prende corpo la vicenda umanissima dei due poveri cristi, l'uno guardia e l'altro ladro, accomunati dagli stessi problemi, dalle malattie, dai soldi che non bastano mai, dai figli, insomma dal comune campare. In una recitazione di altissimo pregio, misurata, precisa, mai esagerata e mai preoccupata di suscitare l'effetto sullo spettatore, sia Aldo Fabrizi che Antonio de Curtis danno vita a due personaggi immortali.

Scriveva Lamberto Sechi: «Ci sono voluti quindici anni perché dal comico Totò nascesse l'attore Totò, perché la marionetta diventasse uomo.(...) Totò non sorride mai, ha dato estrema dignità a un personaggio che poteva invece riuscire tutt'al più degno di commiserazione».

L'unico momento in cui affiora la "maschera" è quando all'osteria il ladro chiama caro commendatore la guardia, che si risente e corregge Non sono commendatore - Come? Non l'hanno fatto commendatore? - Perchè dovrei essere commendatore? - Ma come... un uomo così grosso non l'hanno fatto commendatore... - Ma perché ? I commendatori vanno a peso ? - Comunque per me lei è commendatore. >>articolo correlato: Guardie e ladri<<  >>articolo correlato: il nastro d'argento<<

Tratto da "Totò principe clown" di Ennio Bìspuri per gentile concessione


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