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Nel 1940
l'avanspettacolo passa un po’ di moda e Totò è costretto a sciogliere la
compagnia. Nel Natale del 1940 inizia la collaborazione tra Totò e Michele
Galdieri con la messa in scena della rivista "Quando meno te l'aspetti" al
teatro Teatro Quattro fontane di Roma; lo spettacolo ottiene successi
notevolissimi ed è rappresentato in tutta Italia fino al giugno del 1941. Con
Totò ci sono anche Anna Magnani, prima donna, e
Mario Castellani, che sarà dal quel momento la spalla teatrale e
cinematografica di Totò. Nella rivista "Volumineide", scritta da Galdieri,
(febbraio 1942) e in "Orlando Curioso" (inverno 1942), prima donna è
Clelia
Matania. Nel dicembre del 1943, la Magnani torna a lavorare con Totò in "Che ti
sei messo in testa?" in scena al Teatro Valle di Roma. Il titolo originale
sarebbe dovuto essere "Che si sono messi in testa?" ma la censura lo fa cambiare
a causa di allusioni alla pretesa nazifascista di tenere soggiogati interi
popoli e di conquistare il dominio sul mondo.
Con Totò Anna Magnani impara l’avanspettacolo, l’arte dell’improvvisazione e si
fa conoscere come cantante e interprete dialettale, un ruolo che le resterà
addosso per tutta la carriera.
La
collaborazione tra Magnani e Totò è ricordata con grande passione anche per “Risate
di gioia”, il film del 1960 di Mario
Monicelli tratto da due racconti di Alberto Moravia (“Risate
di gioia” e “Ladri in chiesa”), la storia del casuale incontro tra Gioia
Pennicotti (Anna Magnani), che fa la comparsa a Cinecittà dove è chiamata
Tortorella, e il vecchio amico Umberto Pennazzutto (Totò) detto Infortunio,
ridotto a far da palo al ladro Lello (Ben Gazzara). Per un equivoco Tortorella
crede che Lello voglia corteggiarla e finisce in prigione al suo posto. La regia
di Monicelli, che usa “con sapienza
comicità e amarezza, crepuscolarismo e satira di costume” (Morandini) conduce i
due protagonisti in un’interpretazione indimenticabile.
Anna Magnani cenni biografici (Roma, 1908 - ivi, 1973)
Formatasi
artisticamente con Silvio D’Amico all’Accademia, debutta al cinema con una
particina ne “La cieca di Sorrento” (1934) di Nunzio Malasomma. Mentre
comincia ad affermarsi nel teatro di rivista, ha modo di mettersi in mostra
nel ruolo della cabarettista in “Teresa Venerdì” (1941) di De Sica: inizia
così una strepitosa carriera, che la porterà ad essere l’attrice per
eccellenza nella nostra cinematografia del dopoguerra. Non poté esser la protagonista del viscontiano “Ossessione” a causa d’una
gravidanza: però non mancherà il successivo appuntamento, disegnando in
“Roma città aperta” (1945) di
Roberto Rossellini il personaggio della sora
Pina, popolana orgogliosa e sanguigna, con slancio e passione memorabili. Il suo urlo finale, quel grido che ispirerà a
Pasolini splendidi versi
(“Quasi emblema, in noi l’urlo della Magnani sotto le ciocche
disordinatamente assolute, rinnova nelle disperate panoramiche, e nelle
occhiate vive e mute si addensa il senso della tragedia. E’ lì che si
dissolve e mutila/il presente, e assorda il canto degli aedi”), la consegna
senza colpo ferire alla Storia, ne fa corpo martoriato e testimonianza
mirabile d’un popolo che non si fa servo e resiste, sino ad immolarsi. Dovrà aspettare anni, la Magnani, per trovare il modo d’ancora esprimersi a
simili livelli: glielo offrirà l’amico Luchino Visconti con “Bellissima”
(1951), ov’ella è una madre abbagliata da miti facili che sogna per la sua
bambina fama e celebrità. Capisce in tempo, per fortuna, e saggiamente
rinuncia: ciò che non avverrà ai più negli anni del boom, quando anche gli
umili muteran radicalmente sotto la spinta dei soldi e della tv. Gli anni seguenti la vedono professionista impeccabile (vince un meritato
Oscar con “La rosa tatuata”, nel ‘55), in pellicole drammatiche (“Nella
città l’inferno”, 1959, di Castellani, nella vigorosa caratterizzazione d’una
detenuta) o brillanti (“Risate di gioia”,
1960, dove Monicelli ricrea l’antico duetto con
Totò). La sua forte personalità ha modo di risaltare ancora in “Mamma Roma” (1962)
di Pasolini, commosso omaggio ai
valori del sottoproletariato già presago della loro imminente scomparsa, in
cui ella è una prostituta d’età che per amore del figlio vuole redimersi:
finirà per piangere disperatamente sul suo cadavere, maledicendo un mondo
che più non capisce. Il commiato, straziante e bellissimo, è affidato ai pochi secondi nei quali
compare in “Roma” (1972) di Fellini: la macchina da presa la segue sino al
portone di casa sua, il regista vorrebbe interrogarla, ma ella non si fida.
Il portone si richiude, su un’epoca e su chi l’ha rappresentata: quel
passato l’abbiamo rinnegato, non lo vogliamo più, ormai non ci appartiene.
Come quel volto intenso e meraviglioso, “icona che abbiamo bestemmiato”.
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