47 Morto che parla
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Video-clip 40 sec.
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"47 morto che parla" 1950 di Carlo Ludovico Bragaglia. Soggetto dalla commedia omonima di Ettore Petrolini e da L'avaro di Moliere; Sceneggiatura Age, Furio Scarpelli, Vittorio Metz, Marcello Marchesi. Produttore P.F.C. (Produzione Films Cinematografica), Direttore della fotografia Mario Albertelli, Musiche Ezio Carabella, Montaggio Giuliana Attenni, Sceneggiatore Alberto Boccianti, Direttore di produzione Isidoro Broggi, Aiuto regista Roberto Cinquini, Fonico Kurt Doubrawsky. Interpreti: Totò (barone Antonio Peletti), Silvana Pampanini (Marion), Adriana Benetti (Rosetta), Eduardo Passarelli (il farmacista), Mario Castellani (Bertrand De Tassiny), Dante Maggio (Dante Cartoni), Carlo Croccolo (Gondrano), Arturo Bragaglia (il sindaco), Tina Lattanzi (moglie del sindaco), Aldo Bufi Landi (Gastone), Gildo Bocci (il macellaio), Franco Pucci (il medico), Danielle Benson (la moglie del farmacista). Trama: Il barone Peletti possiede un tesoro che tiene nascosto sotto il pavimento. Una metà dei soldi spetta al figlio Gastone, l'altra metà al municipio. Il sindaco ed i suoi accoliti ordiscono un piano e gli fanno prendere con l'inganno una polverina di sonnifero facendogli credere che è veleno. Totò quando si sveglia si crede morto e rivela il nascondiglio del tesoro. Il barone appena si accorge di quanto era stato ingannato si finge un fantasma per spaventare il sindaco e vendicarsi. |
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Critica: Del mordace grottesco di Petrolini non rimane che il viaggio del protagonista nell'aldilà quando egli crede di essere morto. Materia rimasticata più volte dal teatro popolare, e, sebbene qualche scurrilità non manchi, meno volgare di quelle di altri film, a cui Totò ha dato il nome e la bazza. È un film recitato, questa volta dal principio alla fine; sì che Totò non risulta soltanto una marionetta, ma un bravo attore. Arturo Lanocita, "Il Nuovo Corriere della Sera", Milano, 27 dicembre 1950. Diretto da Carlo Ludovico Bragaglia con incalzante alacrità e articolata scioltezza, il film fila allegramente seguendo le peripezie del tesoro e del barone che, impersonato dall'impareggiabile Totò, trova modo di divertire con le sue ineffabili avventure. Ermanno Contini, "Il Messaggero", Roma, 6 gennaio 1951.
Terzo film, dopo "San
Giovanni decollato" e "Napoli milionaria",
tratto da un' opera teatrale, liberamente ispirato all'omonima commedia
di Ettore Petrolini, questo "47 morto che parla" si avvale di vari altri
apporti letterari dall' Aulularia di Plauto all' Avaro di Molière. Il
meccanismo narrativo è ben strutturato e visibile nei vari passaggi
della sceneggiatura, anche se a un primo tempo di straordinaria
compattezza segue un secondo tempo totalmente disgregato a causa delle
solite spinte demenziali e irrazionali di Metz e
Marchesi, complice
Bragaglia, evidentemente convinti che senza superare la barriera del
realismo minimo non si raggiunge la comicità. Pertanto Totò adopera due
diversi registri recitativi: quello della straordinaria satira, composta
e misurata (che sarà poi ripresa da "Signori si
nasce") e quella demenziale-irreale della seconda parte.
"47 morto che parla" può forse essere considerato il primo film nel
quale Totò incarna un vero e proprio personaggio universale, che esce
cioè dai limiti e dai contorni strapaesani per assurgere a metafora e a
"tipo" di un aspetto dell'anima umana. Per questo motivo la recitazione
è più astratta e tutta protesa a cogliere anche nei singoli dettagli gli
aspetti che caratterizzano il personaggio e, in questo caso, la sua
avarizia ossessiva. Tutti i duetti con il maggiordomo Gondrano (Carlo
Croccolo), come poi avverrà in "Signori si
nasce" tra il barone Zazà e Battista (sempre interpretato da
Croccolo) sono esilaranti e impostati con una recitazione sobria, che
non ha bisogno di "effetti speciali", e che si adatta alla situazione e
al personaggio conferendogli uno straordinario realismo. Anzi l'effetto
comico risulta proprio dalla stridente contraddizione tra le "assurdità"
palesi manifestate dal personaggio e il suo modo realistico di
esprimerle, come per esempio quando dice al domestico "fammi vedere le
mani". Il domestico le mostra tutte e due, e Totò insiste "fammi vedere
l'altra". Lo stesso vale nei duetti con il figlio, la futura nuora, il
sindaco e soprattutto col macellaio, quando Totò che ha comperato la
carne, invece di pagare si fa consegnare una lira con discorsi
ingarbugliati che confondono il povero malcapitato. La seconda parte del
film scade, come si è detto, in una serie di scene senza controllo,
amplificate da esagerazioni di ogni tipo, totalmente gratuite e inutili,
fino ad un vero e proprio sfondamento della barriera del realismo
minimo. Tratto da "Totò principe clown" di Ennio Bìspuri per gentile concessione |
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