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Film in
B/N
durata 98 min. - Incasso lire 505.000.000 (valore attuale €
9.814.048,58) Spettatori 2.765.529
"I due marescialli" 1961 di
Sergio Corbucci.
Soggetto Ugo Guerra, Marcello Fondaro; Sceneggiatura Bruno Corbucci,
Giovanni Grimaldi, Alessandro Continenza; Produttore Gianni Buffardi per Cineriz,
Direttore della fotografia Enzo Barboni, Musiche Piero Piccioni, Montaggio
Roberto Cinquini, Sceneggiatore Giorgio Giovannini, Direttore di produzione
Danilo Marciani, Aiuto regista Guido Zurli e
Mario Castellani, Fonico Giulio Tagliacozzo.
Interpreti: Totò (Antonio Capurro),
Vittorio De Sica (maresciallo Cotone), Roland
von Barthrop (comandante Kessler), Arturo Bragaglia (il parroco), Gianni Agus
(il podestà), Inger Milton (Lia), Elvy Lissiak (Vanda), Franco Giacobini (il
ladro di polli), Olimpia Cavalli (la fidanzata di Cotone), Mario Laurentino (il
medico), Bruno Corelli (avv. Benegatti), Mario De Simone (il derubato), Mimmo
Poli (il postino), Mario Castellani (un ladro), Elgardo Siroli (un miliziano).
Trama: Il maresciallo dei carabinieri Cotone sta arrestando
il ladro Capurro travestito da prete, quando arriva un bombardamento. Nella confusione il
ladro indossa la divisa di maresciallo lasciando da parte gli abiti da prete.
L'8 settembre il maresciallo e ben felice di questa
soluzione che gli evita di collaborare con i tedeschi che odia. Dal canto suo anche Capurro è felice dell'importanza che gli dà la divisa e
diventa comandante di zona. Cotone si rifugia in parrocchia ed il ladruncolo, forte della
sua posizione, ostacola i tedeschi e i fascisti. Gli alleati, intanto, si stanno avvicinando ma il finto maresciallo viene
scoperto e avviato sul luogo dell'esecuzione malgrado Cotone si affanni a dichiarare che
il vero maresciallo è lui. Il
rammarico per questa morte rimane vivo nel suo cuore per molto tempo, finché molti anni
dopo, a guerra finita, viene derubato in una stazione. Nel ladro riconosce Capurro che
malgrado tutto è vivo.
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Critica: Una farsa amena che per la mimica di Totò,
in special modo diverte il pubblico e lo fa ridere. Recitato benissimo dai due compari
Totò e De Sica, "I due marescialli" rappresenta il miglior film di
Sergio Corbucci dal 1951.
Franco Maria Pranzo, Corriere Lombardo, Milano 19
gennaio 1962.
In un primo momento la sceneggiatura prevedeva che il film narrasse della
rivalità tra un maresciallo di pubblica sicurezza e un maresciallo dei
carabinieri impegnati nella medesima indagine, ma la solita censura costringe
gli autori a modificare completamente la trama. Durante la prima settimana di
lavorazione Corbucci è impegnato su due fronti: la mattina è sul set per
concludere le riprese del suo "Romolo e Remo " e il pomeriggio gira "I due
marescialli", lo stesso capita a Vittorio De Sica che di mattina è impegnato
con le riprese per un episodio del "Boccaccio '70" e il pomeriggio è con Totò. Per le riprese viene usata un tipo particolare di pellicola che non necessita
di molta luce onde evitare fastidi alla vista già precaria di Totò. Buoni gli
incassi del film anche se non eccezionali .
Scriveva Arturo Lanocita: "[..] De Sica e Totò , pur nello schema dei
personaggi prefabbricati , hanno il merito di determinare , spesso improvvisando
, il clima di bonaria allegria che caratterizza i due terzi del film [..] " .
E Valentino De Carlo: "[..] Poteva essere un film serio o una commedia
grottesca. Disponendo di Totò e de Sica ma non di idee gli sceneggiatori hanno
preferito mettere assieme una farsa che è quanto di più sgangherato e
inconcludente si possa immaginare [..] ".
Tra la fine degli anni '50 e l'inizio dei '60 si andò sviluppando un "filone" di
pellicole tutte centrate su argomenti sulla resistenza, sulla fine della guerra,
sulla Repubblica di Salò ecc.: insomma una meditazione in chiave narrativa di
quegli eventi traumatici che portarono alla nascita della nuova Italia e il film
di Corbucci, interpretato da due fuoriclasse
come Totò e De Sica, si
innesta proprio in questo filone.
Si tratta di un film costituito di molteplici moduli stilistici, che riescono
tuttavia a fondersi e ad armonizzarsi, con un risultato inedito e di grande
spessore da una parte il realismo estremo degli eventi, raccontati con serietà e
gusto nei dettagli e dall'altra la straordinaria forza comica dei due
protagonisti, capaci tuttavia, soprattutto nella seconda parte, di arrivare fino
ad una interpretazione di intensa drammaticità recitativa. Seguendo un pò lo
schema de "La grande guerra", di "Tutti a casa" e de "Il generale Della Rovere",
la commedia si trasforma in tragedia, ma in questo caso la tragedia ritorna alla
fine commedia.
Il personaggio qualunquista e vigliacco che è Antonio Capurro nella parte finale
del film si trasforma in un vero e proprio eroe, salvo che, come in questo caso,
ritornare d'improvviso alla commedia iniziale, se non alla farsa, con il
riconoscimento di Capurro a guerra finita, da parte del vero maresciallo Cotone
(Vittorio De Sica) alla stazione e relativo
inseguimento lungo i binari.
Nonostante questa gustosa ma facile sequenza finale il film costituisce un
felice esempio di mescolanza di elementi drammatici e comico-satirici: insomma
una commedia all'italiana, o una specie di "Generale Della Rovere" che fa anche
ridere. Nel complesso abbiamo il privilegio di vedere qui insieme i due volti
della drammaturgia decurtisiana, di cui il primo è quello comico del povero
ladruncolo entrato in un serio rischio e in un gioco più grande di lui, l'altro
è quello drammatico e realistico di chi sceglie di morire anziché vivere da
vigliacco, come avverrà, con sorprendente analogia, nel successivo "I
due colonnelli" (1963).
Così a scene di altissimo umorismo, quali i furti alla stazione con la valigia
senza fondo, ripresa da "Peccato che sia una canaglia" di Blasetti; le
esilaranti rampogne alla popolazione con la divisa da maresciallo; i dialoghi
surreali con i tedeschi e il podestà Pennica (Gianni Agus), abbiamo scene di
intensa commozione, come quando, con un primissimo piano del volto su cui si
condensano insieme la paura e il coraggio, il povero Capurro accetta di essere
fucilato, o quando rifiuta di comandare il plotone di esecuzione sui suoi
concittadini.
In questa duplicità caratteriale, Totò non manca qua e là di riproporre per
cenno alcune sue caratteristiche comiche della prima maniera, come il modo
inconfondibile di correre, con le gambe divaricate che si sollevano verso
l'esterno o l'esilarante "lezione" sulla pernacchia fatta all'ufficiale tedesco.
Tratto da "Totò principe clown" di Ennio Bìspuri per gentile concessione |