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La
recitazione di Totò era molto spontanea, l'improvvisazione vi aveva una grande parte. Per
dare il meglio, Totò aveva bisogno di un compagno con cui l'accordo fosse immediato, e
che spesso 1o seguiva di film in film. Nei
Due marescialli,
ad esempio, Totò recitava per la seconda volta con Vittorio De Sica. Al suo fianco
quasi si esaltava, dimostrava il classico piacere del comico che sa di recitare capito e
1o fa in modo eccezionale. Le sue doti naturali di improvvisazione, le sue straordinarie
doti di comico, venivano messe in enorme risalto. Credo che questo avvenisse, in quel
film, principalmente per la presenza di un partner molto importante. Totò diceva sempre:
" lo posso far ridere, ma se ho vicino a me uno che fa ridere più di me, anch'io
faccio ridere di più ". Con De Sica ritrovava una verve nuova, e il senso di
divertire un artista che oltre che essere un vecchio collega, un compagno napoletano, era
nello stesso tempo un grande regista. Da parte sua c'era un certo gusto a far risaltare la
sua bravura, una certa eccitazione nel recitare, far ridere, tirar fuori tutti i suoi
lazzi e le sue fantastiche trovate, che rendevano difficile perfino al regista assistere
alla scena senza ridere.
Un
altro caso di compagno all'altezza di Totò era quello di Peppino De Filippo. Lo ho
diretto sei film di Totò; tre erano anche con Peppino De Filippo:
Totò,
Peppino e la dolce vita,
Chi si ferma è perduto,
Gli onorevoli. Totò e Peppino sono comparsi in una
dozzina di film insieme, in una dozzina di anni. Totò aveva sempre bisogno di pubblico,
di fare ridere i presenti secondo quella che era la regola del teatro. Una delle
caratteristiche dei film che ho fatto con Totò e Peppino era la difficoltà della prova.
Durante la prova la scena diventava sempre penosa, e per il regista tristissima. Uno si
sentiva come un deficiente, e si diceva: ecco, questi non faranno ridere nessuno. La prima
volta che li ebbi di fronte e non ero un principiante li feci provare una scena. lo mi
sentivo molto a disagio a dover dirigere due mostri del genere. Mi guardavano sornioni
come due gattoni, consideravano ironicamente il giovane regista di fronte a loro che
tentava di ottenere qualche cosa in fatto di comicità, e provarono del tutto
meccanicamente. Tanto che dovetti rivolgermi al Principe (Totò bisognava chiamarlo
Principe per andarci d'accordo) per solleticare un po' più di slancio. Ma ero disperato.
Poi, quando girammo sul serio, ricordo che si trattò di una scena spaventosa, spaventosa
perché vedevo l'operatore sussultare dalle risa dietro la macchina, vedevo gli
elettricisti, gli operai e i macchinisti sghignazzare sui ponti. Era comicità allo stato
puro, la comicità del teatro dell'arte, irripetibile.
Totò, Peppino e la dolce vita era un film
incasinatissimo, prodotto da parenti suoi, la figlia con il marito, tanto è vero che io
arrivai in sostituzione di Camillo Mastrocinque che aveva litigato e se ne era andato. Non
sapevo niente, non avevo neppure letto il Copione, e c'era una scena di una specie di bar
con un tavolino, e su un foglio lessi che Totò e Peppino avrebbero dovuto sedere attorno
a questo tavolino chiacchierando. Ma di che cosa non era specificato. Gli dissi: " lo
sono piombato qua, questo è quanto mi trovo tra le mani, però sono all'oscuro di tutto,
e adesso che facciamo in questa scena del bar? " E Totò, calmo calmo, mi disse di
lasciarlo fare. Così, di sana pianta, mentre lo seguivo con la macchina, e Peppino
ordinava dello champagne al cameriere che gli suggeriva il Moet Chandon, Totò inventò
uno sketch straordinario svisando Moet Chandon in " Mo'esce Anto' " e andando
avanti sull'equivoco per diversi minuti. Tutti della troupe schiattavamo dal ridere, in
quei casi spesso i macchinisti e gli elettricisti finivano con l'applaudirlo perché si
divertivano come pazzi, inaspettatamente.
La
sceneggiatura era per Totò un filo dacciaio teso tra due punti, l'inizio e la fine
del film, ma il resto subiva mille cambiamenti. Le sceneggiature Totò le considerava
nella maniera più terribile che si possa immaginare. E per noi, o meglio per chi ha
lavorato con Totò, la difficoltà minore era la lettura della sceneggiatura o del
soggetto. La difficoltà consisteva nel leggere a Totò le sceneggiature, perché Totò
negli ultimi anni non leggeva più per ragioni di vista. Allora gli si dovevano leggere le
sceneggiature, e quasi sempre questo avveniva ad ore impossibili, dalle tre alle quattro
di mattina, perché Totò prima di quell'ora diceva di non capire bene. Era abituato a
leggere i copioni dopo le due di notte, da vecchio attore di teatro che aveva i momenti di
maggiore lucidità in quelle ore. Si trattava dunque, per il regista e lo sceneggiatore,
di andare a trovare Totò alle tre di notte in quella specie di santuario che si era
costruito. Ci si trovava davanti questa specie di gufone simpatico vestito di velluto
rosso, che t'aspettava dicendosi " chissà che stupidaggini mi faranno ascoltare
", e poi leggergli la sceneggiatura cercando di imitare la sua voce, in modo
naturalmente maldestro, e Totò non rideva mai. Qualche volta soltanto faceva quel suo
" uh, uh ", e allora voleva dire che avevamo fatto centro. Io credo di essere
stato, a quanto so, uno dei pochi registi che riusciva a tanto. Ovviamente poi la
sceneggiatura in teatro di posa cambiava completamente. Una volta siamo arrivati non solo
a cambiare di sesso al personaggio, ossia Totò diventò una donna, ma la storia stessa
diventò completamente diversa, cambiò epoca, cambiò tutto, fu un altro film. Mancava
solo che cambiasse anche il regista!
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