Totò truffa '62

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Film in B/N durata 102 min.  -  Incasso lire 560.000.000  (valore attuale € 10.707.644,62)  Spettatori 2.935.000   Video-clip 41 sec.

"Totò truffa '62" 1961 di Camillo Mastrocinque. Soggetto e Sceneggiatura Castellano e Pipolo. Produttore Isidoro Boggi e Renato Libassi per D.D.L., Direttore della fotografia Mario Fioretti, Musiche Gianni Ferrio, Montaggio Gisa Radicchi Levi, Sceneggiatore Alberto Boccianti, Direttore di produzione Gianni Minervini, Aiuto regista Nino Zanchin, Fonico Franco Gropponi.

Interpreti: Totò (Antonio Peluffo), Nino Taranto (Camillo), Estella Blain (la figlia di Peluffo), Geronimo Meynier (il suo fidanzato), Lia Zoppelli (la direttrice), Ernesto Calindri (il commissario), Luigi Pavese (il padrone di casa), Milena Vukotic (una collegiale) , Pietro De Vico (l'uomo dei piccioni), Oreste Lionello (uno studente), Ugo D'Alessio (Decio Cavallo), Renzo Palmer (lo sfasciacarrozze), Carla Macelloni (Paola), Peppino De Martino (il questore), Marcella Rovena (una professoressa), Mario Castellani (un professore), John Kitzmiller (l'ambasciatore), Gino Buzzanga (il console), Gianni Partanna (proprietario del night).

Trama: Antonio, con la complicità di Felice vive di imbrogli e piccole truffe che gli permettono di mantenere in un collegio di lusso la figlia Diana ignara della vera personalità del padre. Un giorno Diana incontra Franco, figlio del commissario che da tempo da' la caccia ai due furfanti, e i due ragazzi si innamorano. Franco, volendo sposarsi, cerca lavoro rispondendo ad una inserzione di un'agenzia. L'agenzia non esiste, e un'ennesima truffa dei due compari, che quando si rendono conto di aver raggirato il figlio del commissario e di conseguenza Diana, cercano in tutti i modi di rimediare. Sono fortunati, arriverà una grossa eredità che loro adopereranno per riscattarsi ed aiutare tutte le persone che avevano truffato.

Film completo: Totò truffa '62

Critica: C’è una sequenza che ha reso questo film assai celebre. È la splendida invenzione della truffa ideata da Totò e Nino Taranto per vendere a uno straniero la Fontana di Trevi. È una grande idea, che speriamo non venga adottata dal governo nell’ambito del piano di privatizzazioni.

Lo sventurato forestiero viene raggirato alla grande con il miraggio del possibile prelievo di tutte le monetine gettate dai turisti nella fontana. Totò è, come sempre, irresistibile. E Nino Taranto è una spalla di grande levatura.

Andrebbe scritto l’elogio della «spalla» di comici come Totò. Per andargli appresso, a quella furia scatenata, dovevano avere una dose non infinitamente inferiore di follia e genialità. Il loro ruolo è come quello dei mediani di centro-campo che si spaccano in quattro per far rifulgere i Baggio o i Platini.

In questo film c’è anche un mirabile travestimento in panni femminili di Totò che sforna una serie di giochi di parole e di doppi sensi che travolge lo spettatore. Non li anticipiamo, naturalmente, segnalo solo l’uso, nella scena di Totò donna, della parola « spogliatoio».

Sono frammenti di poesia, da non dimenticare. Da Certi piccoli amori. Dizionario sentimentale di film, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 1994. Filmetto piuttosto scucito che pare composto da due "pizze" ben distinte. Quando in scena ci sono Totò e Taranto si ride spesso. Quando i due scompaiono, le cose vanno maluccio, ma il regista sembra non accorgersene. Il Giorno, Milano 19 agosto 1961.

Il film raccoglie tutti i registri recitativi di Totò: la farsa, la commedia, l'impianto realistico, drammatico e surreale. Chiari alcuni riferimenti a film precedenti, quali "Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi", "I tartassati" e "Guardie e ladri".

Prevale la farsa soprattutto nella scena in cui i due truffatori vogliono collocare un vespasiano davanti al ristorante; in quella, esilarante, della vendita della fontana di Trevi a un americano (Ugo D' Alessio), con l'ennesima allusione a "La dolce vita"; nei pirotecnici travestimenti per estorcere tre anni di affitto al padrone di casa (Luigi Pavese), che ha un suo precedente in "Totò, Vittorio e la dottoressa"; nella truffa sull'eredità da parte dell'ambasciatore del Katongo; nel travestimento da Fidel Castro; nella finta telefonata da Oslo e nella finta agenzia di collocamento.

La recitazione di de Curtis è come sempre perfettamente calibrata in ogni passaggio narrativo ed in ogni fotogramma, secondo i tempi e le pause per le quali è grande maestro, ottimamente supportato da una grandissima spalla quale Nino Taranto.

Regia di estrema finezza di un Mastrocinque, che qui, al suo undicesimo ed ultimo film, ha ritrovato la vena giusta e il giusto equilibrio nel dirigere Totò senza farlo mai cadere in eccessi ed esagerazioni, salvo l'ultima sequenza, che ha un sapore del tutto surreale, con il protagonista che eredita dal Nicaragua una somma ingentissima e la sperpera senza criterio.

Alla commedia appartengono tutte le scene, e i relativi dialoghi, tra Totò e la direttrice del collegio (Lia Zoppelli), costruiti tutti con garbata ironia.

Di stampo realistico e drammatico sono le scene in cui Totò esorta la figlia (Estelle Blain) con una tenerezza struggente; quella col commissario (Emesto Calindri), nella quale Totò chiede di uscire dal carcere per raggiungere la figlia.

Alcuni aspetti di comicità surreale si riscontrano nella scena in cui ai due "compari" rimane il dito infilato nell'apparecchio telefonico (citazione da "Totò, Peppino e i fuorilegge", "Totò, Peppino e le fanatiche" e "Totò, Vittorio e la dottoressa").

II film è costruito su una serie di sketches di sapore teatrale, ma molto ben diretti e ben recitati, ivi compreso il gradevole impasto linguistico africano-napoletano, toscano e inglese maccheronico che dà un ulteriore sapore al racconto. In tutta la serie di sketches de Curtis è leggero e gradevole e la maschera è multiforme, è un clown scatenato nella sua vis comica, ma sempre composto ed in assoluto equilibrio con il realismo minimo. <<articolo correlato: Totò visto da: Castellano e Pipolo>>

Tratto da "Totò principe clown" di Ennio Bìspuri per gentile concessione

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