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Il nuovo e più fortunato
incontro di Totò con il cinema avviene nel 1947 quando
Mario Mattòli vince la
resistenza dei produttori che dopo i mezzi flop dell’anteguerra non avevano
alcuna fiducia nelle sue possibilità cinematografiche. Il film che fa da
spartiacque è I due orfanelli, per il quale vengono usate le stesse scenografie
ottocentesche de Il fiacre numero 13, un feuilleton strappalacrime tipo Le due
orfanelle, di cui il film di Totò farà una spericolata parodia, con orfanotrofi
pieni di bellissime orfanelle, interi plotoni di dragoni che amoreggiano da
lontano con le sospirose fanciulle, ignobili fattucchiere che nella palla di
vetro intravedono il passato e il futuro di ciascuno, conti zii e subdoli
amministratori decisi a salvaguardare l’eredità dai diritti dei legittimi eredi
con l’aiuto di seducenti fatalone pronte a tutto, duelli all’ultimo sangue e
scalcinate guerricciole di ascendenza napoleonica in cui tutti vanno alla carica
tranne un minuscolo generale che aspetta pazientemente la fine. Nel credit del
film fa la sua timida apparizione, alla sua prima esperienza cinematografica, un
giovanissimo Age, che ha scritto la sceneggiatura con lo smaliziato
Steno,
indovinando sin dall’inizio quella che si rivelerà ben presto la strada maestra
della parodia. Il film andò bene e, avvenimento clamoroso per un film di
“recupero”, incassò di più della stessa pellicola da cui aveva preso avvio.
Non era ancora il trionfo, ma la strada era quella giusta.
Nei mesi successivi
si viene delineando il grande successo che farà di Totò il divo numero uno del
cinema italiano grazie a film come Fifa e arena che esce nel ‘48 e conquista il
quinto posto nella classifica dei maggiori incassi, Totò al giro d’Italia,
anch’esso del ‘48, che si aggiudica l’ottavo posto,
I pompieri di Viggiù del ‘49
che figura al quarto posto. Il boom di Totò non poteva essere più clamoroso,
anche sul
piano del risultato economico. Nella stagione successiva Totò interpreta ben sei
film, tra cui Totò cerca casa, che raggiunge il secondo posto in classifica,
L’imperatore di Capri (il sesto),
Totò le Mokò (il settimo). Nella stagione
1950-51 il clamoroso successo continua ancora con altri film, tra cui
Totò
sceicco, 47 morto che parla,
Napoli milionaria, Figaro qua... Figaro là, che si
collocano entro i primi dieci posti della classifica dei maggiori incassi. Negli
anni successivi la singolare fortuna del divo — che raccoglie i suoi maggiori
favori presso il pubblico di periferia e di provincia — non accenna a diminuire
se fino alla stagione 1956-57 almeno un film di Totò continua a essere compreso
nella graduatoria dei primi dieci film di maggiore incasso. Anche negli anni
Sessanta, in cui la totomania sembra avere sbollito i suoi più acuti furori, il
magico nome di Totò è ancora una garanzia per vastissimi strati del pubblico
popolare.
Straordinario divo dei poveri, Totò è stato il personaggio più famoso e amato di
oltre un ventennio di cinema italiano, in cui ha profuso le sue singolari
qualità in una serie di film confezionati per il consumo esclusivo del pubblico
meno esigente, di cui seppe cogliere come nessun altro le tensioni, le aspirazioni e le frustrazioni. La travolgente parabola divistica comincia con
Fifa e arena che rifà il verso alla mitologia tipo
sangue e arena” delle corride, dei toreador, dei banderilleros, del pubblico
esultante, delle miliardarie americane facili
all’eccitazione;
così come Totò sceicco riprenderà l’epopea della legione
straniera e della casbah, strizzando l’occhio al mito di Atlantide e alla tradizione della letteratura romantica saccheggiata dal
cinema francese e americano. Totò parodiava sempre qualche cosa, muoveva sempre da
uno spunto e divertiva ad aggredirlo, a distorcelo, a deformarlo. Si è
divertito a rifare qualcosa di già esistente, che liberante reinterpretava,
facendolo diventare l’occasione di una
e personalissima in cui sfogare una comicità insieme
distruttiva e sorniona, irresistibile e sfuggente. Era la sua grande forza. Non
resta molto di un personaggio o di un mito dopo che Totò lo ha attraversato,
rovesciandolo dall’interno e facendosene beffe. Gli basta tirare in su o in giù
la parrucca per cambiare personaggio, per capovolgerne il significato. Gli basta
un berretto per calarsi nella parte del macchinista folle di
Toto tarzan che
guida sino a Genova un treno diretto a Bari, eccolo chiudere gli occhi a una
curva pericolosa o saltare dalla gioia dopo aver superato un lungo tunnel. Sono
film sgangherati in cui domina il gusto di camuffarsi, di trasformarsi, di
travestirsi. Eccolo vestito da hostess in Fifa e arena, scoccare occhiate
assassine a Mario Castellani e Ughetto Bertucci, damina settecentesca che gioca
con il ventaglio in Figaro qua... Figaro là, procace condomina che civetta con
Luigi Pavese, il padrone di casa di Tototruffa ‘62, sussiegosa baronessa in
Totò Diabolicus, temibile suora cappellona in
Totò e Peppino divisi a Berlino.
Totò risolve tutto nella mimica, nella obliquità permanente dello sguardo,
nella inesauribile mobilità di un volto che può atteggiarsi nella bonomia o
scatenarsi nella cattiveria, nella mobilità disarticolata del corpo che si fissa
nel manichino de I pompieri di Viggiù o si libera nel Pinocchio di
Totò a
colori, nel finto pazzo di Totò all’inferno, straordinarie sedimentazioni di una
lunga esperienza teatrale fondata sulla scansione dei movimenti, sui ritmo dei
tempi scenici, sulla matematica delle entrate e delle uscite.
Ma c’è anche il
Totò che traduce la violenza parodistica, il gusto di contraddire e di
sbeffeggiare nel sovvertimento della lingua, nella contaminazione dei materiali
linguistici, con cui tra un «eziandio» e un «tampoco», tra un «a prescindere» e
un «è d’uopo», si libera delle convenzioni ammuffite della burocrazia e
dell’autorità. Il cinema di Totò è sin dall’inizio un cinema della fretta e
dell’improvvisazione. Non ci vuole molto ad accorgersi che i
deserti infuocati di Totò sceicco sono soltanto la spiaggia di Fiumicino, che la
giungla di Tototarzan è stata ricostruita a Cinecittà, che l’aldilà di
47 morto
che parla è stato girato alle solfatare di Pozzuoli, dove se si accende un pezzo
di carta fuma tutta la montagna. Non c’è dubbio che in gran parte i film di
Totò sono stati girati alla svelta, tirati via in due o tre settimane al
massimo, sulla base di copioni raffazzonati alla meglio. Ma è un fatto che il
cinema di questo straordinario attore dell’eccesso è per molti aspetti ancora
vivo, fresco, immediato, nonostante, o forse grazie, le cadute di tono, i limiti
farseschi, le approssimazioni. Se è stato fin troppo facile sottolineare volta a
volta il livello tutt’altro che esaltante di questo o quel film — come ha fatto
a più riprese la critica cinematografica che ha continuato per tanto tempo a
rammaricarsi che al grande attore non venissero offerte le occasioni adatte alle
sue innegabili qualità — bisogna anche ammettere che questo Totò ultimo della
classe, da zero in condotta e zero in profitto, finisce miracolosamente con il
sopravvivere a tanto cinema del dopoguerra che, a differenza delle gloriose “totoate”,
ci sembra talora invecchiare a vista d’occhio.
La straordinaria fortuna cinematografica di Totò non si spiega se non si tiene
conto dei registi che stavano dall’altra parte della macchina da presa, e cioè
di Mario Mattòli, di
Carlo Ludovico Bragaglia, di
Steno, di Mario Monicelli, che assieme a uno stuolo
di sceneggiatori hanno accompagnato il glorioso cammino del principe tra le platee traboccanti del
dopoguerra, degli anni
Cinquanta e poi degli anni Sessanta. Il
primo a intuire le grandi possibilità dell’attore è Mattòli, esperto uomo di cinema
e di teatro che viene da numerosi successi comici e drammatici, dai «film che parlano al vostro » ma anche da
Imputato, alzatevi! (1939) con cui aveva cercato di inaugurare una sorta di via italiana al film comico
chiamando a raccolta tutte
le firme più importanti dei giornali umoristici, arruolati come gagmen
all’americana.
Mattòli capì subito che non si trattava di sovrapporre a Totò un definito
personaggio, e neppure di costringerlo dentro gli schemi obbligati della
commedia o di orchestrare la sua interpretazione con sofisticati saggi di
regia o con spericolate trovate tecniche. Il segreto del buon risultato
consisteva piuttosto nel creare attorno all’attore le condizioni più adatte
perché venisse fuori il mirino, si decantasse tutto il tesoro di lazzi e di gesti
che si era venuto sedimentando nel corso di una lunga esperienza teatrale, nel
quotidiano contatto con il pubblico. Il regista si accorge sin dai primi ciak
che Totò quando fa una scena ci mette dentro qualcosa di suo, qualcosa che non
sa neppure lui come gli viene fuori, frutto della sua esperienza e della sua
storia. Non serve fargli ripetere una scena dieci o venti volte, è quasi sempre
meglio la prima: è importante dargli la possibilità di andare a ruota libera e
poi prendere i momenti più riusciti.
L’esperienza di
Totò al giro d’Italia, in cui erano coinvolti molti autentici
assi del pedale come Bartali, Coppi, Bobet, Magni, non fu facilissima perché
Totò non si alzava mai prima di mezzogiorno e Mattòli si ritrovava in montagna
con i campioni che imprecavano perché dovevano correre e il comico non arrivava
mai facendo innervosire tutti. Naturalmente, orari a parte, Totò era molto
suscettibile e pronto a prendersela se non lo si trattava con il dovuto
riguardo. Mattòli — che non ha mai avuto il dono della simpatia, dell’umana
comunicativa — qualche volta era particolarmente spicciativo e usava anche con
il grande comico l’offensivo intercalare di “coso”. Totò si arrabbiava
moltissimo: «Io non sono coso, sono il principe». Quando in un’altra occasione
Totò, nella sua mania dell’araldica, gli annunciò che lo avrebbe fatto conte,
Mattòli si mise a ridere mandando il principe su tutte le furie. Nella sua
generosità, un’altra volta, Totò volle regalare a Mattòli un enorme camino di
marmo che venne rifiutato perché era troppo lungo e non ci stava da nessuna parte:
per due giorni non si parlarono.
Mattòli aveva anche lui le sue fissazioni, la più nota delle quali era la sua
mania per Ughetto Bertucci che portava sempre con sé come un portafortuna e che
inseriva in tutti i film facendogli dire solo una battuta: «A me me menano
tutti». Quando in un’occasione Zavattini chiede a Mattòli di accompagnarlo al
Festival di Cannes, partono in automobile con Ughetto alla guida. Vengono
fermati alla frontiera dove non li vogliono far passare per una questione di
valuta, qualche biglietto da mille in più. Vanno dal dirigente. Si presentano.
Sottolineano che si tratta di Zavattini, noto sceneggiatore, ma il dirigente non
lo conosce. Non conosce neppure il noto regista Mattòli. Ma quando gli
presentano Ughetto Bertucci lui risponde dicendogli: «A me me menano tutti».
Ughetto per questa battuta era conosciuto in tutta Europa.
"Il principe
Totò" Orio Caldiron (Gremese editore)
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