Totò visto da:   Cesare Zavattini

 

Cesare ZavattiniNel 1917 vidi anche De Marco, di cui secondo alcuni Totò era figlio, in quanto ne ripeteva, almeno in parte, la mimica. Che periodo! Scopersi Petrolini, Viviani, Cuttica e Manara, Molinari, Armando Gill, Pasquariello, la Donnarumma, i Paraboni, Gastone Monaldi, correndo dalla Sala Umberto al Jovinelli, e qualche volta al Margherita, tre variete, in un giorno.

Non ho nominato Anna Pougez, Bambi, Tecla Scarano, Gino Pranzi, ecc. Ero quindicenne, coi calzoni corti, tutto solo, ma persi l'anno scolastico e fui mandato al confino ad Alatri dove passai tre anni meravigliosi senza immaginare che vent'anni dopo avrei fatto (malamente) il critico del variete su un settimanale.

Tutto il periodo del teatro degli anni Trenta, direi che non mi , interessava certo non quanto, da ragazzo, mi aveva appassionato il variete.

Qualche rivista, certo c'era Galdieri, che ne faceva un sacco, ma non le condividevo. La rivista alla Galdieri contraddiceva tutta la creatività del varie te italiano. Galdieri, se faceva prendiamo l'Orlando furioso con Totò, con le ballerine, le scene, questo e quello, e tante filastrocche poeticistiche... reggeva; ma questo non vuoi dire niente, era superficiale, piccolo-borghese.

 

San Giovanni DecollatoCome si salvava Totò? Si salvava perché inseriva sempre dentro lo spettacolo qualche suo testo. Questo ha un'importanza non comune, perché non c'è pericolo, erano brutte cose, e quanto più non sembravano brutte, tanto più lo erano.

Pareva che si elevassero a un certo tono che dava a Totò un valore che altrimenti non avrebbero avuto, mentre invece il suo valore lo aveva intatto laddove respingeva tutto quest'altro materiale.

Il suo sketch era li, si poteva sempre dire: " facciamo tre sketch di Totò, e siamo a posto "; ma l'immaginazione di quelli che lo manipolavano era un vero disastro.

lo avevo cominciato a contattare Totò, e poi siamo diventati amicissimi, ma Totò non era trattabile in quanto non aveva logica... Stava volentieri a chiacchierare con me chissà di che cosa (mi ricordo che quando in viale Parioli 41 ci serviva vino o caffè, lui in persona, su un vassoio d'argento stemmato, poi lo riponeva sull'etagère pulendolo con il gomito), ma poi usciva e se Guglielmo Giannini gli offriva una cosa la faceva perché seguiva certi criteri pratici, senza mai amministrarsi mentalmente, culturalmente, intellettualmente.

 

Ma era di tale qualità che tutti lo volevano, perché funzionava sul pubblico, e così lo prendevano mescolando il buono e il cattivo, in un gran casino, così che non era facile scegliere il loglio dal grano.

A Milano feci una grossa campagna per Totò, nei primissimi anni Trenta, perché i miei amici mai andavano a vedere questi spettacoli, mai andavano al Trianon, io invece ci andavo per via dei residui del mio vecchio amore per il variete. Insomma, a un certo punto dico: " Totò, tu sei il mio uomo! " e scrivo Totò il buono.

E sarebbe andato magnificamente bene, ma non c'era rispondenza effettiva nell'ambiente per prendere Totò in forza in quel modo lì.

 

San Giovanni DecollatoHo avuto forse la più grande occasione della mia vita, quando Capitani mi offerse di fare il regista di San Giovanni Decollato con Totò, perché il povero Zambuto non era più in grado. Ma io non ne ho avuto neanche per scherzo il coraggio. Dio sa cosa sarebbe accaduto!

Per avere Totò con me me lo sono associato, mi sono fatto rilasciare una sua dichiarazione, per avere anche verso la produzione una carta in mano. Questo nel '35, già per Darò un milione di Camerini.

Ma la produzione non se la sentì. lo feci di tutto, e il soggetto era un bel soggettino, una cosa molto cinematografica, con una buona idea in cui si mescolavano dentro da Frank Capra a Charlot e a Clair è alle comiche e alla mia natura.

E anzi avevo proposto a Camerini anche Keaton, ma Camerini non li volle, ne l'uno ne l'altro. Voleva la commedia senza rischi.

Era l'ambiente intorno che preferiva un Totò di un certo genere, e lui, pur rendendosene spesso conto, si lasciava però preferire così. Preso in un'isola deserta, senza le influenze dell'ambiente, capiva tutto, e si sarebbe riusciti a fare certe cose. Ma ci voleva l'isola, le circostanze. E a un certo punto non lo vidi neanche più, perchè fu preso nel vortice dei film e degli spettacoli. Quando ci fu la possibilità del San Giovanni Decollato, non osai farlo io, subentrò Palermi, e ci sono in quel film una cosettina o due, si intravedono delle possibilità di Totò che potevano essere sviluppate. Palermi, intendiamoci, era bravissimo, ma nel suo ordine di idee.

 

In un certo senso c'era in me una polemica aperta, sempre, tra il mondo della rivista e il mondo del variete, lo ero sempre dalla parte del variete, e era quello il Totò che preferivo. Restava l'avanspettacolo con attori ancora straordinari: i De Rege, per esempio.

Macario era molto mediocre. Camerini era bravissimo, ha fatto due o tre film di una compitezza. ..commediole equilibratissime, ma tendeva alla commedia, mentre io alla " comica finale " portata in grande. Per Darò un milione oltre De Sica prese Almirante per fare Blim, si figuri. ..mentre io vedevo per quella parte un Macario, che valeva dieci Almirante, perché era meno realistico.

Taranto mi piaceva, siamo stati molto amici, ma si fermava presto, gli nuoceva una napoletanità un po' scoperta, provinciale. Totò non era provinciale, era un fatto astratto, irripetibile. Ho visto due o tre sketch, che non credo siano raccoglibili neanche nei testi perché erano tutti inventati, a soggetto. Penso al Pazzo... Totò vi camminava come le mosche, quasi sul muro.

Totò nel Pazzo faceva cose che solo un pazzo può fare. Si arrampicava su una quinta oltre ogni legge fisica. E nel Timbro inventava ogni volta un modo di timbrare un foglio di carta contro tutti quelli, in crescendo, che glielo volevano impedire. Per esempio il capufficio per sottrarglielo definitivamente si metteva il timbro nel taschino; Totò, con una mossa fulminea, sbatteva il foglio di carta contro la testa del timbro che sporgeva. Gli spettacoli di Galdieri, invece, si salvavano solo con gli inserti fuori copione di Totò.

 

Si ispirava, magari senza scavare, ma era una maschera, con tutte le variazioni possibili di questo suo essere maschera. E La camera fittata a tre? Era un'invenzione da grandissimo comico quella della preghiera nascosta, della preghiera clandestina. Era meraviglioso, Totò.

E aveva quelle spalle che venivano tutte dal variete, tutti uomini di variete. Toccavano quasi la maniera, ma è la maniera che tocca Charlot coi personaggi che ha intorno. Di una nettezza, una secchezza, una capacità di sintesi sempre. L 'essenziale. Inglese, nel Manichino, era bravo e disperato come tutta Napoli. Totò e le sue spalle era eccezionale .

L'umorismo italiano non era poi che nascesse da una pietra, improvvisamente. C'era nel mondo questo po' po' di fatti, che intanto si chiamavano Charlot, e le comiche anche prima di Charlot, con valori inventivi che sono stati o abbandonati o male adoperati o non sviluppati, ma che contengono già i filoni nei quali dobbiamo dire che noi abbiamo più o meno assorbito.

E c'era in Italia la grandissima tradizione del variete, che era un terreno di sperimentazione e innovazione continua, mentre nel teatro " ufficiale " c'era la noia dei Novelli. ..Anche da noi, la collusione varietà-Ietteratura-cinema, avrebbero potuto dare molto di più di quello che ha dato, perché avevano qualcosa di comune su cui lavorare. Pensiamo a un Bontempelli e a un Savinio, legati con un loro cordone ombelicale a certe sperimentazioni dello spettacolo, a Petrolini stesso, che si fotte quando si avvicinò al teatro borghese, credendo di diventare più bravo, con un errore che fanno quasi tutti.

 

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