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La prima
affermazione di Totò avviene quando, cambiato il repertorio, imbocca la strada
maestra della parodia. Nel 1919 lo troviamo alla Sala Napoli, un teatro di
piazza Carità di proprietà del ragionier Occhiuti, dove fa la parodia di Vipera,
la celebre canzone di E.A. Mario portata al successo dalla chanteuse Anna Fougez.
Riscritta da Totò, Vipera diventa Vicoli e racconta in chiave autobiografica la
storia di un giovane che avendo frequentato una prostituta si è preso una
malattia venerea. Totò, come sarà poi tradizione del miglior avanspettacolo, la
canta inalberando un grosso catenaccio all’abbottonatura dei pantaloni. La
caricatura grossolana diverte il pubblico ma non può essere replicata
all’infinito. Così il giovane attore la riscrive ancora una volta chiamandola
Biscia e per interpretarla comincia a muovere il corpo, e soprattutto il collo,
in quei movimenti da contorsionista che diventeranno una delle sue
caratteristiche. L’anno successivo continua le sue esibizioni al teatro Trianon
e poi nei teatrini intorno alla ferrovia dove si intrattengono i viaggiatori fra
un treno e l’altro. Riprova con il suo repertorio alla De Marco, ma di nuovo il
pubblico decreta il suo insuccesso. E dopo un ennesimo uragano di fischi al
teatro Della Valle di Aversa, Totò decide di trasferirsi Roma dove vanno ad
abitare i suoi genitori.
Totò è più che mai deciso a
proseguire in quella che ritiene la sua vocazione e, roso dal tarlo di arrivare,
appena approda a Roma si va a presentare ai più noti impresari teatrali
millantando i grandi successi ottenuti a Napoli. Ma la risposta è sempre la
stessa: il personale artistico è al completo. Per sua fortuna vive con i
genitori che hanno affittato un appartamento in via Villafranca vicino a piazza
dei Cinquecento e, se salta qualche pasto per non gravare sul modesto bilancio
familiare, almeno ha un tetto sotto cui dormire. Finalmente trova una scrittura
come “straordinario”, naturalmente senza paga, nella compagnia dell’impresario
Umberto Capece.
Il teatro in cui agisce la
compagnia si chiama pomposamente teatro Salone S. Elena e si trova in piazza
Risorgimento. In realtà è un baraccone di legno dove si cambia spettacolo ogni
giorno, alternando i drammoni a forti tinte come La cieca di Sorrento, La
sepolta viva, Un bacio nella tomba, Le due orfanelle, I due sergenti, Scacciata
di casa il giorno delle nozze con le farse, molte di ambiente napoletano. Il
nuovo praticante Totò ha modo di imparare proprio seguendo il metodo di Capece
che si basa tutto sull’improvvisazione. Ogni giorno si fanno le prove due ore
prima di andare in scena sulla base di un canovaccio che gli attori
arricchiscono di battute e di lazzi. Totò abita vicino alla stazione Termini.
Per arrivare al teatro, che si trova invece nei pressi delle mura vaticane, deve
attraversare tutta Roma. Una sera di pioggia arriva in ritardo e, quando
l’impresario lo rimprovera, si fa forza e gli chiede almeno i soldi per prendere
il tram. Ma invece di dargli le poche monete, Capece lo caccia via in malo modo.
Totò se ne va infagottato nel vecchio cappotto militare con sotto ol braccio il
suo costume. Arrivato in piazza Cavour sente il bisogno di fermarsi per
scaldarsi le mani intirizzite davanti al braciere di una venditrice di castagne.
La vecchia lo riconosce perché è stata al baraccone di piazza Risorgimento e gli
regala una manciata di castagne.
Totò si
mette subito a cercare un nuovo lavoro. Ha fortuna perché viene scritturato
nella compagnia di Francesco De Marco che si esibisce al teatro Diocleziano. Ma
purtroppo, solo dopo qualche settimana, viene licenziato per l’invidia di un
attore già noto che vede di malocchio il suo successo. Ancora una volta il
giovane si trova senza un lavoro, ma è ben deciso a coltivare i suoi sogni.
Frequenta il Caffè Canavera in piazza San Silvestro e il Caffè Vesuvio in piazza
San Claudio dove sono soliti riunirsi gli attori, soprattutto quelli
disoccupati. Totò si sente nel suo ambiente, ma esasperato dall’inattività e
sfiduciato per l’avvenire, sembra faccia addirittura un tentativo di suicidio
con l’etere. Ma per fortuna non è solo in casa. Sua madre, accorgendosi della
puzza di medicinale, lo trova sul letto incosciente e riesce a rianimano
mettendogli la testa sotto il rubinetto. Il giovane tocca il punto più basso
della sua depressione, che non è dovuta soltanto alla mancanza di lavoro ma a
una serie di circostanze sfortunate come l’incontro con una attricetta calabrese
che si fa passare per indiana perché esegue un numero esotico e che si dice
abbia fama di cocotte. Con i capelli lisci e bruni raccolti sulla nuca, gli
occhi bistrati, vestita in maniera eccentrica colpisce Totò e non ci mette molto
a farsi invitare nella sua camera. Ma quando sono già in intimità, lei si alza
di scatto dicendo che deve dare da mangiare al bimbo. Totò si meraviglia che
abbia un figlio. Invece lei toglie da una cesta un grosso pitone che le si
attorciglia intorno al collo. Spaventatissimo, Totò raccoglie i suoi indumenti e
scappa. La ragazza, per vendicarsi di questa fuga, mette in giro la diceria che
il giovane attore sia impotente, cosa che gli dà enormemente fastidio dal
momento che, dopo il teatro, le donne sono la sua maggiore passione.
Forse sono proprio i primi
insuccessi a dargli la carica necessaria per decidere di lasciare il teatro
dialettale e di tentare con il varietà. Una mattina si presenta a Giuseppe
Jovinelli, proprietario dell’omonimo teatro in piazza Guglielmo Pepe. Allo
Jovinelli sono passati attori celebri come Raffaele Viviani, Ettore Petrolini,
Armando Gill, Alfredo Bambi, Pasquariello, Gustavo De Marco. Totò si dice
disposto a fare di tutto, ma intanto gli rifà un’imitazione di De Marco che
diverte molto Jovinelli. Viene scritturato per settimana e il successo che
ottiene presso il pubblico spinge il proprietario a rinnovargli il contratto per
qualche mese. Per la prima volta Totò ha un camerino dove può depositare il
costume e la scatola di latta che contiene le matite la cipria per il trucco. Il
pubblico che lo applaude ogni sera è decisamente diverso da quello che ha
incontrato fino allora. Non sono più ragazzi schiamazzanti, madri che allattano
coprendo la mammella con un fazzoletto, soldati che mangiano fusaglie sputando
le bucce sulla testa dei vicini. Nonostante lo Jovinelli sia frequentato anche
da bulli impomatati e da contegnosi bottegai, le reazioni del pubblico sono
spesso burrascose, non si contano i commenti ad alta voce, gli sfottò e le
pernacchie.
Ma il
giovane De Curtis, dopo tante delusioni, si sente arrivato, anche perché
Jovinelli non ha esitato a mettere il suo nome in grande sui manifesti. Non va
più al caffè degli attori ma ispeziona i muri della capitale alla ricerca dei
manifesti dello Jovinelli. Quando trova uno si ferma, lo legge, torna indietro e
lo rimira da lontano. Se poi trova altre persone davanti al manifesto si mescola
a loro per sentire i commenti e magari per elogiarsi senza farsi riconoscere. Un
episodio curioso contribuisce in quei mesi ad aumentare la sua popolarità. Per
sfruttare la sua prodigiosa agilità da scimmia, Jovinelli ha l’idea di
scritturare Oddo Ferretti, campione dei pesi medi, perché ingaggi un finto
incontro di boxe con Totò. Ma quest’ultimo, trasportato dall’entusiasmo, si
mette a tirare dei pugni pesanti ai quali, innervosito, il campione risponde con
micidiali diretti che spaventano l’attore fino a farlo scappare in platea. Il
pubblico pensa che sia una scena preparata e applaude entusiasta. Anche se il
suo successo cresce, Totò non guadagna ancora abbastanza da permettersi dei
vestiti nuovi. E' costretto a girare sempre con il cappotto per nascondere le
toppe dei pantaloni. Finalmente un giorno si presenta senza cappotto al barbiere
Pasqualino, che è diventato suo amico e non capisce perché Totò non voglia mai
togliersi il cappotto, nemmeno quando gli taglia i capelli. Quando lo vede
venirgli incontro con uno striminzito abito da cerimonia con i pantaloni a
righe, la giacca nera, la cravatta grigia, il colletto inamidato e la bombetta,
gli chiede se va a cantare a un matrimonio. Totò gli confessa che ha dovuto
aspettare la scadenza del contratto con Jovinelli per avere la liquidazione e
fare così cambio con un conoscente che per dargli quel vestito ha preteso il
cappotto con l’aggiunta di ventitré lire. Prima non aveva neppure i soldi per
comperarsi un paio di pantaloni nuovi. Impietosito dalle sue ristrettezze
economiche, Pasqualino, parrucchiere di via Frattina, amico di attori e
impresari, riesce a far scritturare Totò da Salvatore Cataldi e Wolfango
Cavaniglia, proprietari del teatro Sala Umberto I in via della Mercede. Fino ad
allora il suo corredo teatrale era composto da un solo abito di scena che andava
sempre più logorandosi senza nessuna possibilità di sostituzione. Il giovane
attore si costruisce così un vestito dettato dall’estro e dalla povertà che
diventerà per anni il corredo imprescindibile della sua maschera. Una logora
bombetta, un tight troppo largo, una camicia lisa con il colletto basso, una
stringa di scarpe per cravatta, un paio di pantaloni troppo corti e larghi a
saltafosso, calze colorate, comuni scarpe nere basse.
Già la
prima sera alla Sala Umberto I segna per Totò definitiva affermazione nel
varietà. Anche perché, come drogato dalla bellezza del teatro, dal pubblico
entusiasta di fronte alle sue macchiette Il bel Ciccillo, Vicoli, Il Paraguay,
l’attore supera se stesso. Si lascia andare a una girandola piroette, contorce
la faccia in una mimica irresistibile, continui doppi sensi e sberleffi surreali
che lo fanno ricoprire di applausi e di richieste di bis. E la consacrazione.
Dal 1923 al 1927 si esibisce nei principali caffè-concerto italiani, dal Trianon
al San Martino di Milano e al Maffei di Torino. Il repertorio è quello ormai
collaudato di macchiette e di parodie in cui si afferma il tipo della marionetta
disarticolata, che comincia a essere nota come «l’uomo gomma». Finalmente i
maggiori guadagni gli permettono essere sempre elegante, con i capelli
impomatati e le basette lunghe alla Rodolfo Valentino. Si sente bello e le donne
lo trovano irresistibile. Colleziona avventure a non finire quelle che sua madre
Nannina definisce lapidariamente "signorine puttane". Gli piacciono brune,
formose e con biancheria intima di seta. Lui è generoso in regali ma non vuole
legami. Un attore deve essere libero dichiara. Ma, nonostante il successo, non
si monta la testa. Adesso tutti gli si rivolgono come grandi amici anche lui non
ricorda di averli mai visti o li ha incontrati per caso. E ripete che l’unico
vantaggio della miseria è che ti fa capire chi davvero ti vuole bene. Totò ama
molto lavorare, però il piacere più raffinato è quello di non far niente. Per
tutti gli anni in cui lavorerà nel varietà si sposta per l’Italia portando con
sé una valigetta di cartone in cui raccoglie i suoi risparmi. Accumula i
biglietti da cento lire, che sono allora molto grandi, finché non riempie la
valigetta. Allora, finita una scrittura, sparisce per andarsi a rifugiare in una
casetta a Rapallo dove resta finchè non ha finito il denaro.
"Il principe
Totò" Orio Caldiron (Gremese editore)
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