Totò Biografia:   Lascia o raddoppia?

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Totò, Mike Bongiorno e Edy Campagnoli Il primo incontro di Totò con la televisione risale al 1956, l’anno di Lascia o raddoppia?, della rivista Lui e Lei del “signore di mezza età” Marcello Marchesi, del varietà a caccia di volti nuovi.

Primo applauso condotto prima da Silvana Pampanini («Speriamo che l’applausometro salga, salga...») e poi da Enzo Tortora, della rubrica paleoetologica L’amico degli animali con Angelo Lombardi e l’ascaro Andalù (<Andalù portalo via>), dello sceneggiato strappalacrime Cime tempestose con un triangolo amoroso strappacapelli formato da Massimo Girotti, Anna Maria Ferrero e Armando Francioli, del supersceneggiato L’alfiere targato Anton Giulio Majano, del collegamento in Eurovisione da Montecarlo per le nozze di Grace Kelly con il principe Ranieri.

Il programma di quiz presentato da Mike Bongiorno e Edy Campagnoli è cominciato ufficialmente nel novembre dell’anno precedente e per parecchi anni paralizzerà l’Italia tutti i giovedì sera alle ore 21.

 

La televisione non poteva sfuggire a Totò almeno quanto Totò non avrebbe potuto sfuggire alla televisione. Non c’è aspetto della modernità, novità del costume, cambiamento d’umore della moda che non siano stati assimilati nel corso del suo cinema onnivoro degli anni Cinquanta e Sessanta, contaminato con i contrassegni e le impennate della vita quotidiana.

Basterebbe pensare a Totò pronto a mangiarsi l’apparecchio telefonico davanti allo sguardo allibito della cameriera Clelia Matania per cogliere l’intreccio di odio e amore, rabbia e impotenza, accettazione e rimozione da cui nasce l’atteggiamento del principe, sempre in bilico tra passato e presente, sempre a modo suo antico e moderno, diffidente e curioso nei confronti dei mezzi di comunicazione e delle futuribili diavolerie della tecnica.

Totò lascia o raddoppia? è un film di Camillo Mastrocinque di quel fatidico 1956 in cui la televisione italiana, nata da un paio d’anni, conosce con il programma a quiz di Mike uno dei suoi primi, grandi successi fino a preoccupare i gestori delle sale cinematografiche che, per fronteggiare la concorrenza, al giovedì sera mettono dei grandi televisori davanti allo schermo.

 

Mike Bongiorno e Totò nel film: Totò lascia o raddoppia?Gagliardo della Forcoletta è un duca squattrinato, ex ufficiale di cavalleria e intenditore di cavalli, ridotto a vivere di espedienti nei campi di corse. Contando sulla profonda conoscenza dell’ippica s’iscrive a Lascia o raddoppia?, nella speranza di vincere al concorso televisivo e poter così consentire di sposarsi a una figlia naturale, scoperta per caso dopo tanti anni.

Coinvolto in un pericoloso palleggio tra due loschi italo-americani che scommettono su di lui e a scopo intimidatorio lo rapiscono a turno, il duca non sa più cosa fare. Quando viene portato di peso nello studio televisivo, torna dalla paura e, rispondendo alle domande di Mike, non sa quello che dice.

Senza neppure accorgersene, continua a indovinare le risposte, fino alla vittoria finale di cinque milioni. Il vero Mike Bongiorno e la vera Edy Campagnoli, la prima mitica valletta, sono travolti nel festeggiamento generale con cui si conclude la trasmissione.

Singolare trasferta nella televisione degli inizi, il film coglie estrosamente un campionario di fissazioni nazionali e di incomprensioni mediologiche che oggi possono ispirare tenerezza ma sono tutte insieme un clamoroso segno dei tempi, in cui in appena tre anni sono giunte alla segreteria del quiz più di trecentomila richieste di aspiranti concorrenti di ogni parte d’Italia.

 

Totò e Carlo Croccolo nello stesso film: Totò lascia o raddoppia?Lo scambio di battute di Totò e Carlo Croccolo, e cioè del duca e del suo cameriere Camillo, fotografa la quizmania alle origini, quando era ancora impensabile che saremmo diventati, di gioco in gioco, un popolo di concorrenti. Il duca e il cameriere stanno facendo le prove prima della trasmissione con una candela al posto del microfono e un armadio come cabina. «Ecco, questo è il microfono». «No, questa è un candela».

«E lo so che è una candela, in questo momento funge da microfono. Hai visto quello lì che tiene l’affare in mano. Sì... funge, è una finzione!». E via via con l’armadio che “funge” da cabina e tutti e due che “fungono” e non “fungono”: («Hai visto come fa Bongiorno?» a cui Camillo risponde invariabilmente «Bongiorno», «Hai visto come fa il signor Bongiorno?» a cui Camillo replica naturalmente «Bongiorno signore»).

Poi cominciano con i «pronto, pronto», «non si sente, non si sente niente in questa cabina», «non ci avevo la cuffia», «pronto pronto», «fammi una domanda, domandami qualcosa». Camillo gli chiede: «Signor duca, lei ha trenta secondi per rispondere.

Quando mi dà lo stipendio?» e il duca risponde: «Questa domanda non è pertinente, è una domanda impertinente, e per questa impertinenza io ti do duemila lire di multa e uno schiaffone». Soltanto dieci anni dopo l’attore rincontra la televisione, che nel 1966 — lo stesso anno in cui è ospite di Mina a Studio Uno in una memorabile serata durante la quale Totò, piegatosi ad angolo acuto, risale sfiorando e delineando con la sua bombetta le forme sinuose di Mina — mette in lavorazione una serie di telefilm pensati per la tv dagli sceneggiatori Bruno Corbucci e Giovanni Grimaldi.

Sotto lo sguardo complice e affettuoso di Daniele D’Anza, il regista della serie, le riprese avvengono negli studi del teatro delle Vittorie dall’inizio di gennaio fino al 10 aprile dell’anno successivo, e cioè fino a pochissimi giorni prima della morte di Totò.

 

Il principe sta già piuttosto male, può lavorare poco, non più di quattro ore al pomeriggio, è particolarmente lento nel doppiaggio perché vede pochissimo e deve accontentarsi dei rari frammenti che coglie sullo schermo.

Ma nonostante tutto, sul set il vecchio leone viene fuori ancora una volta dando a tutti l’impressione di padroneggiare la scena come nessun altro, di essere perfettamente in grado di dirigersi da solo. Sia negli antichi sketch teatrali, compagni di un’intera vita, scaramantici portafortuna che sembra poter rifare — è solo in parte una battuta — anche a occhi chiusi, sia nelle nuove situazioni che gli vengono offerte e nelle quali si butta senza risparmio con un entusiasmo da “prima volta”.

Il latitante è una sconclusionata incursione nel mondo della malavita, tra furbi e profittatori, in cui appare anche Gino Cervi nel ruolo del commissario. La scommessa gioca sulla supertimidezza del protagonista, attirato in un appuntamento galante dalla moglie del principale, ma si risolve nell’incontro-scontro con Walter Chiari, un match a base di gag e battute, una gara di trovate.

Il tuttofare riprende lo sketch del parrucchiere per signora che risale alla rivista Bada che ti mangio! ma è stato riproposto anche in numerosi film.

 

Totò ed Ernesto Calindri ne "Il grande maestro"Il grande maestro è un adattamento moderno della celebre farsa napoletana La camera affittata a tre, che sembra conservare intatta la sua contagiosa efficacia comica. Don Giovannino recupera lo sketch del manichino tratto dalla rivista C’era una volta il mondo, con Antonella Lualdi e Gloria Paul nel ruolo delle bellone di turno. Premio Nobel ripropone, inserito in una nuova situazione, lo sketch celeberrimo del vagone letto con una strepitosa Sandra Milo nel ruolo della baronessa, l’impareggiabile Mario Castellani nella parte dell’onorevole Cosimo Trombetta, Enzo Turco attendibile conduttore del vagoni letto.

Gli ultimi tre episodi sono tre special — in cui si alternano sketch, canzoni, poesie, ospiti — dedicati rispettivamente al mondo del cinema, alla musica leggera, alla napoletanità. Totò Ciak prende in giro, con la complicità di Ubaldo Lay, Gordon Mitchell, Gianni Morandi, Bobby Solo, gli agenti segreti alla James Bond e i pistoleri alla Ringo che trionfano in quegli anni nel cinema italiano d’imitazione. Totò Ye Ye è una scoinbinata parodia dei “capelloni”, uno spunto ricorrente nell’ultimo Totò, che finisce con l’esilarante numero del contrabbasso. Totò a Napoli è soprattutto un omaggio alla città del cuore, a cui Totò dedica alcune delle sue bellissime poesie, prima di interpretare il personaggio della guida non autorizzata alle prese con un gruppo di turisti.

 

Il ciclo intitolato Tutto Totò va in onda all’indomani della morte dell’attore, dal maggio al luglio 1967, e sarà replicato una decina di anni dopo, dal giugno al luglio 1978.

Modestissimo il riscontro della critica, che sottolinea a più riprese i limiti dei vari episodi, in cui la comicità di Totò appare per lo più sfocata e mostra i guasti di una realizzazione frettolosa e approssimativa.

Più che positiva l’accoglienza del pubblico, riconfermata anche in occasione della replica. L’indice di ascolto è quello delle grandi occasioni, oscilla tra i dodici e i diciassette milioni, mentre l’indice di gradimento è tra sessanta e settantacinque, sia per la prima trasmissione che per la replica.

Nell’ultimo anno di vita dell’attore andò in onda anche un ciclo di “caroselli” della Star che Totò aveva girato per pubblicizzare il doppio brodo, come negli anni precedenti avevano fatto Renato Rascel e Raffaele Pisu, con sceneggiatori come Lina Wertrnùller, Leo Chiosso, Oreste Lionello e registi come Vito Molinari e Gianfranco Bettetini.

Sembra che la diffidenza di Totò sia stata vinta dall’operatore Giuseppe Caracciolo, che vanta una lontana parentela con il principe.

 

Il regista è Luciano Emmer, uno dei numeri uno di Carosello per il quale ha girato anche la famosa sigla con i sipari che si aprono, maestro riconosciuto della pubblicità televisiva al quale si devono le “canzoni sceneggiate” di Nilla Pizzi per la Fabbri, le parodie gangster con Dario Fo per l’Agip, le imprese di Ercolino con Paolo Panelli per la Galbani, le avventure di Agostino con Carlo Dapporto per la Durban’s, la serie Alighiero barman sincero con Alighiero Noschese per la Ramazzotti e tanti altri spot famosi.

Dei nove episodi girati da Emmer resta soltanto Il cassiere, conservato negli archivi della Sacis, da cui si può ricostruire la trovata-base della serie. Un rapinatore, impersonato da Gino Ravazzini che fa da “spalla” nell’intero ciclo, entra in banca e si imbatte in Totò cassiere. Naturalmente non riesce a rapinarlo.

«Fuori il grano», grida il rapinatore, a cui Totò replica subito: «Ah, ho capito. Ma, vede, lei ha sbagliato. Deve andare al deposito appresso dove c’è il deposito del grano». Nel codino pubblicitario finale, Totò lancia il doppio brodo Star tra mortaretti e scoppi ripetendo la frase celebre: «Mi faccio un brodo? Ma me lo faccio doppio!».

Negli altri episodi c’era un Totò cameriere alle prese con una signora isterica che vuole una sogliola e non un cefalo, e Totò l’accontenta passando il cefalo sotto la pressa.

 

Non poteva mancare un Totò superstizioso che per non passare sotto le scale ne combina di tutti i colori.

Subito dopo la prima serie di “caroselli” se ne mette in lavorazione una seconda, scritta e diretta da Giuliano Biagetti per Fotogramma. Le piccole sceneggiature sono scritte dal regista con Totò a casa dell’attore.

La spalla questa volta è lo straordinario Mario Castellani.

Se ne girano sei episodi, tra i quali un Totò astrologo che sembra particolarmente divertente. Una mattina la troupe aspetta inutilmente l’attore sul set per avviare la lavorazione degli altri episodi. Ma Totò manca all’appuntamento perché è morto durante la notte.

Il materiale girato è stato conservato amorosamente per anni fino a che non è stato rubato durante un furto ai magazzini della casa di produzione.

Se i ladri sono veri appassionati di Totò, prima o dopo lo restituiranno.

"Il principe Totò" Orio Caldiron (Gremese editore)

 

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