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Nel 1927 è scritturato da
Achille Maresca, titolare di due compagnie di rivista e di operetta, per
sostituire Eugenio Testa, che si è ammalato. Nel giro di pochi anni Totò si
impone accanto alla frizzante Isa Bluette e alla giunonica Angela Ippaviz in un
repertorio che non esita a ripescare le operette più collaudate, ma punta
soprattutto sui nuovi testi di Ripp e Bel Ami, una prolifica coppia di autori
formata da Luigi Miaglia e Anacleto Francini che tende a privilegiare l’elemento
spettacolare e coreografico. Nelle numerose tournées del ‘28 e ‘29, il primo
comico-grottesco della storia contemporanea — così comincia a definirlo la
critica — sembra già trovare la sua piena consacrazione, come risulta dalle
cronache de «La Tribuna», de «L’Impero», del «Corriere della Sera», del
«Corriere di Napoli» e degli altri quotidiani che non disertano lo spettacolo
minore e arrischiano i primi, incerti tentativi di definizione del comico di
domani. Totò entra dunque a far parte della compagnia Maresca n.1 al fianco di
Isa Bluette con la quale si esibisce fino all’estate del 1928 e poi passa alla
compagnia Maresca n.2, con la soubrette Angela Ippaviz e vi recita per un anno
fino all’estate 1929.
Il repertorio delle due compagnie comprende tra l’altro
Madama Follia, Mille e una donna, Girotondo, Baraonda, Sì, sì, Susette di Ripp e
Bel Ami. Totò debutta a Padova in Madama Follia ma i suoi primi numeri passano
inosservati perché il pubblico delle riviste non è abituato a vedere i
contorcimenti che sono il pezzo forte di Totò. Ma appena arriva il brano
musicale, in cui fa la parte di un gelataio e comincia a scatenarsi come morso
da una tarantola adattando i suoi passi da marionetta al ritmo dell’orchestra,
il pubblico si lascia andare a un lunghissimo applauso. Nella compagnia incontra
per la prima volta Mario Castellani
che diventerà una delle sue spalle più fedeli e sintonizzate. Nello sketch del
vagone letto in cui era l’onorevole Trombetta “seviziato” da Totò? Nello stesso
periodo, già appagato dal successo, Totò è allietato da un altro avvenimento
della sua vita privata. Il padre naturale, il marchese Giuseppe De Curtis, lo
riconosce legalmente come figlio. Totò terrà sempre moltissimo alle sue nobili
origini tanto da finanziare negli anni successivi lunghe e complesse ricerche
araldiche per avere la conferma dei titoli a cui ritiene di aver diritto. Si
viene così a trovare nella fortunata circostanza di continuare a essere sul
palcoscenico e con gli amici il pagliaccio Totò ma di rientrare nel conforto
borghese quando va a casa, dove, come nuovo nobile e ora anche benestante, vive
con i genitori e frequenta bene.
Nel suo girovagare per l’Italia con la
compagnia gli capita di fare a volte curiose ricerche genealogiche. Si reca nei
cimiteri per scoprire sulle lapidi i suoi omonimi. A Torino ha la sua fortuna di
trovare la tomba di un nobile Antonio De Curtis vissuto qualche secolo prima.
Convinto che si tratti di un suo parente, invita tutti gli attori ad andare con
lui al dove porta fiori e accende ceri davanti alla lapide all'illustre
antenato. Si immedesima talmente nella parte che finisce con il commuoversi per
davvero e col far piange tutti i suoi compagni. Allo stesso periodo risale un
episodio poco conosciuto della biografia dell’attore. Se l’ossessione araldica
risponde al desiderio di “nobilitazione” di un figlio naturale, il comico
applaudito in tutti i teatri d’Italia sembra avere bisogno anche di un attestato
culturale, di quel pezzo di carta a cui non è mai approdata la sua irregolare
carriera scolastica. Nel 1928-29 il trentunenne Antonio avrebbe frequentato la
terza liceo classico nella scuola privata Celentano di Napoli. Ne fa fede un bel
diploma con stemmi, foglie di alloro e timbri di vario tipo che non riescono a
sminuire l’incongruità dell’avvenimento. Nella formazione del comico manca
ancora il momento, importante anche se breve, del Nuovo di Napoli. L’improvvisa
decisione di un impresario estroso fa di Totò il successore di Gennaro Di
Napoli, prestigioso animatore della compagnia Molinari che agiva stabilmente al
teatro Nuovo, consentendogli di riprendere il filo della sua originaria
napoletanità e di provarsi in un genere di rivista parodistica e caricaturale
che sembra sfruttare con singolare efficacia le sue risorse comiche. Nel marzo
del 1929, mentre si trova a La Spezia con la compagnia Maresca, viene contattato
dal barone Vincenzo Scala, titolare del botteghino del teatro Nuovo di Napoli.
Scala è stato mandato dall’impresario Eugenio Aulicino per scritturarlo come
nuova vedette dopo la morte di Di Napoli. Totò ci riflette un po’ e poi per la
cifra, allora astronomica, di trecento lire al giorno che chiede e ottiene,
accetta. Il debutto avviene in settembre. Il primo spettacolo musicale che viene
messo in scena è Messalina di Kokasse, cioè Mario Mangini, e di sua moglie Maria
Scarpetta. >articolo correlato: Totò in Sicilia<
Accanto a Totò recitano Titina De Filippo, Antonio Schioppa, Lia
Thomas. Il personaggio di Totò è quello di Cajo Silio, il favorito
dell’imperatrice. Verso la fine dello spettacolo, inseguito da un pretoriano, si
arrampica su per il sipario e da lì comincia a fare smorfie, mossette e
sberleffi al pubblico come se fosse una scimmia allo zoo. L’improvvisazione
manda in visibilio gli spettatori che, presi alla sprovvista dalla inattesa
esibizione, si spellano le mani dagli applausi. Per Totò d’ora in poi sarà quasi
un punto d’onore lasciar si andare al suo estro che gli permette di creare un
feeling con il pubblico, di cui pare colga sempre le particolari vibrazioni e
tutte le richieste. Il repertorio della compagnia inciti de anche I tre
moschettieri di Kokasse e Scarpetta, in cui Totò impersona uno straordinario D’Artagnan
che brandisce come spada una stampella d'armadio. Dopo le maschere degli esordi,
a Cajo Siio e a D’Artagnan si deve attribuire il valore di altrettante,
strepitose identificazioni, di vistosi segnali di riconoscimento. Non solo è
un’altra tappa importante nel cammino dell’attore, ma sottolinea anche il ruolo
di primo piano che lo stravolgimento parodistico di testi e situazioni
preesistenti ha sempre avuto, e continuerà ad avere, in quel processo di
appropriazione di elementi disparati, talora anche eterogenei, che è al fondo
della sua comicità. Quando nella seconda metà degli anni Quaranta comincerà
l’esperienza cinematografica, la comicità di Totò attingerà a piene mani proprio
dalla miniera inesauribile della parodia. Totò è dunque tornato come trionfatore
a Napoli. Abita in un grande albergo, arriva in teatro in taxi e spende cifre
inaudite per mandare fiori alla fortunata del momento. Il suo successo con le
donne è enorme. Se lo contendono implorando la complicità del barone Scala per
avere un appuntamento.
In dicembre arriva in città
Liliana Castagnola, una delle più
celebri chanteuse del caffè-concerto, per esibirsi al teatro Santa Lucia. La
Castagnola è molto bella, statuaria raffinata di modi. Si dice di lei che abbia
rovinato più di un amante e che altri si siano battuti in duello per
contendersela. Sembra che a lei si sia ispirato Guido Da Verona per Mimì
Bluette, la scandalosa protagonista di uno dei suoi romanzi di successo. Una
sera fa il suo ingresso in un palco del Nuovo per assistere a uno spettacolo di
cui è protagonista Totò. Lui non si lascia scappare l’occasione e comincia
subito il corteggiamento mandandole un enorme mazzo di rose rosse alla Pensione
degli Artisti dove lei abita. Vi aggiunge un bigliettino: «E con il profumo di
questi fiori che vi esprimo tutta la mia ammirazione». Lei gli risponde subito
invitandolo al Santa Lucia. Nasce tra i due un grande amore. Finito il contratto
con il teatro, Liliana rifiuta altre scritture per restare a Napoli vicino a
Totò. Ama Antonio di un amore
esclusivo e travolgente. Quando lo conosce ha già trentaquattro anni e le sembra
di aver trovato per la prima volta la persona da amare per tutta la vita anche
se, com’è nel suo temperamento, in modo morboso, malsano. Totò la ricambia ma
non con altrettanta dedizione. La loro relazione prosegue fino all’inizio del
marzo 1930.
La Castagnola vuole farsi scritturare al teatro Nuovo per restargli accanto, ma
Totò ha già deciso di accettare il contratto che gli offre la soubrette Cabiria e
di cominciare subito la nuova tournée. Nella notte del 3 marzo, ritenutasi ormai
abbandonata, Liliana si suicida con un tubetto di sonniferi nella stanza della
pensione in cui abita. Sarà sepolta, per desiderio di Totò, nella cappella dei
De Curtis nel cimitero del Pianto a Napoli.
In suo onore l’attore chiamerà
Liliana la figlia che gli nascerà dal matrimonio con
Diana Rogliani.
Dopo la tournée con Cabiria, alla fine di giugno del 1930 è di nuovo a Roma alla
Sala Umberto I dove ripropone, in numerosi spettacoli di varietà, il suo
repertorio di macchiette e di nuove creazioni. Nello sketch Totò Charlot per
amore mostra di avere capito perfettamente l’amara ironia e la profonda
malinconia del suo grande collega dello schermo. Totò rifà Charlot in modo
particolarmente efficace, riproponendone la truccatura e i gesti in uno
spettacolo che è soprattutto un omaggio. Nel 1931 è di nuovo con l’impresario
Maresca che gli intitola la compagnia, con la quale inizia una nuova tournée che
porterà in giro per l’Italia le novità Il vergine folle ovvero Trik- Trak, La
vile seduttrice, Colori nuovi, Ridi che ti passa e numerosi successi degli anni
precedenti. Accanto agli autori collaudati appare sempre più spesso il nome di
Antonio De Curtis con cui l’attore firma molte riviste talora assieme alla sua
spalla Guglielmo Inglese. Come ogni grande comico, Totò sente il bisogno di
aggiustare su se stesso, sulle sue specifiche risorse interpretative, il
canovaccio di situazioni e di battute su cui
intervenire poi direttamente in palcoscenico con
momento.
"Il principe
Totò" Orio Caldiron (Gremese editore)
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