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Antonio De Curtis, in arte Totò, muore
alle tre di mattina del 15 aprile 1967, nell’ora in cui era solito
andarsene a dormire. Il suo cuore, quel cuore a cui dedicava molte
attenzioni tanto da fare frequenti elettrocardiogrammi, lo ha
tradito. Muore nella sua casa, nel suo letto con l’amata
Franca vicina. Pochi giorni
prima, in una intervista aveva dichiarato: «Chiudo in fallimento.
Nessuno mi ricorderà». Mai nessuna profezia fu tanto falsa. Alle 11
e 20 del 17 aprile viene trasportato nella chiesa di Sant’Eugenio in
viale delle Belle Arti. Sulla bara, la bombetta con cui aveva
esordito e un garofano rosso. La cerimonia si limita a una semplice
benedizione a causa delle difficoltà create dalle autorità religiose
perché con Franca Faldini
l’attore non era sposato. Totò aveva sempre espresso il desiderio di
avere funerali semplicissimi. Alle 16 e 30 la salma di Totò giunge a
Napoli accompagnata, dall’uscita dell’autostrada fino alla basilica
del Carmine Maggiore, da una marea di folla. Dopo l’ufficio funebre,
la salma del grande comico è fatta uscire dalla chiesa attraverso
una porta secondaria. Scortata da motociclisti della polizia a
sirene spiegate, raggiunge il cimitero del Pianto per essere inumata
nella cappella gentilizia di famiglia. Poco prima, dopo la funzione
religiosa, Nino Taranto lo
aveva ricordato dicendo che non era morto Antonio De Curtis, ma
Totò, un grande amico, che si sentiva unito da vincoli di profondo e
sincero affetto ai concittadini di qualunque ceto e condizione
sociale. Per questo il vero cuore di Napoli, che quel giorno è
formato da almeno duecentocinquantamila persone, si è riunito per
piangere la sua incolmabile perdita. Il dolore per la scomparsa
dell’attore si accompagna al rimpianto per tutto quello che non ha
potuto fare, per i sogni incompiuti, per i progetti irrealizzati. Se
il principe è sempre stato riconoscente al cinema per il successo
che gli aveva assicurato nel corso degli anni, il suo grande
rimpianto era il teatro, la forma di spettacolo in cui era avvenuta
la sua formazione e a cui andava la sua appassionata predilezione di
uomo all’antica.
Negli
ultimi anni il sogno del teatro era rispuntato in più occasioni e si
era definito in una aspirazione: ridare vita sui palcoscenico a una
sorta di commedia dell’arte in coppia con
Peppino De Filippo, con
cui aveva partecipato a moltissimi film andando a braccio,
inventandosi gesti e battute durante la lavorazione, attingendo dal
bagaglio della loro esperienza le trovate necessarie per colmare i
vuoti di tanti copioni inesistenti. Se avessero fatto la stessa cosa
su un palcoscenico avrebbero avuto, pensava il principe, un successo
enorme come avveniva regolarmente con le troupe cinematografiche,
che concludevano i duetti di Totò e Peppino con scroscianti
applausi. Solo pochi mesi prima della morte, Giuseppe Patroni Griffi
gli aveva proposto di fare una clamorosa rentrée in teatro
interpretando Napoli notte e giorno di Raffaele Viviani: una grande
occasione che l’attore non poté cogliere per il grave abbassamento
della vista di cui soffriva ormai da anni. Il rapporto profondo tra
il grande attore e la cultura teatrale napoletana avrebbe potuto
trovare in questo nuovo incontro un ulteriore approfondimento,
misurandosi con un autor così vicino alla realtà della città, al suo
complesso entroterra, alla varietà delle situazioni umane e sociali.
Il senso tragico della vita di un drammaturgo di grande modernità
come Viviani avrebbe probabilmente trovato una felice risonanza in
Totò, che non si stancava mai di dire che la miseria è il copione
della vera comicità, che non si può far ridere se non si conoscono
il dolore, la fame, il freddo, l’amore senza speranza, la
disperazione della solitudine, e non perdeva occasione per ricordare
gli anni disgraziati ed esaltanti in cui dopo le recite nei teatrini
di provincia si ritrovava in certe squallide camerette ammobiliate,
soffrendo per i pantaloni sfondati, la prepotenza esosa degli
impresari, la cattiveria del pubblico senza educazione. Se gli anni
in cui era in guerra con la vita erano ormai lontani, il sogno di
una grande occasione teatrale si saldava con la speranza di riuscire
a fare un grande film con Federico
Fellini, il “registone” che aveva conosciuto quando faceva
ancora il giornalista e di cui aveva seguito con ammirazione la
straordinaria carriera di autore dallo stile personalissimo, di
riconosciuto poeta dello schermo. Sarebbe stata la consacrazione
della poesia, il risarcimento nei confronti di tanti film dozzinali,
un incontro in qualche modo “riparatore” con quell’inquilino di
Cinecittà a cui si sentiva misteriosamente vicino. Anche perché
nessun altro aveva mostrato di amare il mondo dell’avanspettacolo,
con i suoi rituali e le sue convenzioni, le sue risate e i suoi
lustrini, come il regista romagnolo, che in tutta la sua carriera
non aveva perso occasione di traghettare dalla serie Z al cinema
d’autore tante figure e figurine del teatro minore nelle quali
sapeva ritrovare gli estri di un’antica buffoneria o i cupi malumori
del clown bianco.
Naturalmente
non mancavano i progetti cinematografici più vicini alla
realizzazione o già concretamente avviati, come Il padre di famiglia
di Nanni Loy. Pochi giorni prima della morte Totò aveva fatto in
tempo a interpretarne una scena, subito interrotta per il
sopravvenire di un primo malore. Il personaggio — che verrà poi
impersonato da Ugo Tognazzi —
era quello di un anarchico amico di famiglia che chiama tutti
“compagno” e sulla spiaggia saluta la bandiera rossa del segnale di
pericolo: niente di più di una piccola apparizione in cui Loy e i
suoi sceneggiatori avevano colto, al di là della simpatia per il
rosso, certi umori lunari, un senso misterioso di diversità, un
gusto umbratile e malinconico che appartenevano a Totò. Non è meno
curioso il progetto, rimasto a metà, di fargli interpretare il ruolo
di protagonista in un film tratto dal romanzo I fratelli Cuccoli di
Aldo Palazzeschi, in cui avrebbe dovuto essere l’anziano Celestino
Cuccoli che, per riempire la tristezza di una vita grigia, adotta
come figli quattro trovatelli. Dopo dieci anni, viziati
dall’indulgenza del vecchio che dilapida per loro il suo patrimonio,
tre dei ragazzi decidono di sottrargli i gioielli di famiglia. Colti
sul fatto, sparano e lo feriscono, ma al processo Celestino si batte
per farli assolvere. Dopo varie traversie il vecchio, ridotto ormai
in miseria, continua per la sua strada di indulgente generosità e
muore felice alla vigilia delle nozze con una ventenne, la più
allegra illusione della sua vita. Il romanzo è bellissimo e il
personaggio è straordinario, curiosamente sintonizzato con i guizzi
surreali del primo Totò ma anche con la sua inesauribile riserva di
dolcezza e di bontà. Ma forse uno dei progetti più interessanti era
quello di un Pulcinella cinematografico vagheggiato tredici anni
prima con Roberto Rossellini.
Sul set di Dov’è la libertà...? si
era venuto delineando l’abbozzo di un film che, prendendo il via da
una riflessione sulle maschere della commedia dell’arte, avrebbe
dovuto incentrarsi su Totò, considerato come il tipico
attore-maschera, la vera, moderna personificazione di Pulcinella.
Nel corso del 1954 — un anno tra i più complessi e significativi
della inesausta e contraddittoria attività del grande regista — i
vari progetti si accavallano tra di loro e si sovrappongono alle
numero e esperienze teatrali e cinematografiche ancora in corso,
come la tournée europea dello spettacolo teatrale Giovanna d’Arco al
rogo con Ingrid Bergman, la realizzazione in Germania del film La
paura, la messa in scena de La figlia di Jorio al San Carlo di
Napoli. Il progetto si perse per strada, e fu un peccato perché
nessun altro personaggio si adattava perfettamente a Totò come
Pulcinella, alla cui ombra l’attore aveva compiuto il suo
apprendistato come piccolo “mamo” nelle farse in cui la fame di cibo
e di sesso dettavano legge. Pulcinella, la grande maschera
sottoproletaria, ma anche il funambolo e l’acrobata, il musicista e
il canterino, il buffone scatenato e il ballerino di “pas de deux”,
avrebbe trovato in lui un’incarnazione esemplare, in bilico tra
finzione e realtà, palcoscenico e vita quotidiana, storia e
contemporaneità.
"Il principe
Totò" Orio Caldiron (Gremese editore)
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