|
Chiusa
definitivamente la stagione dell’avanspettacolo, Totò si trova a una svolta
importante. I suoi due primi film potrebbero suggerirgli di farsi autore di se
stesso per cercare un’altra strada, oltre al palcoscenico, dove esprimere al
massimo la sua verve comica. Ma se questo non avviene, sono due autori
importanti come Michele Galdieri per
la rivista e Cesare Zavattini per il
cinema che decidono di toglierlo dall’impasse. Lo scrittore emiliano ha scoperto
Totò negli anni Trenta a Milano mentre si esibiva al teatro Trianon. In più di
un’occasione aveva costretto ad accompagnarlo altri amici intellettuali che si
mostravano particolarmente riottosi e diffidenti. Totò è ormai un acquisto che
il cinema non si vuole lasciar sfuggire.
Zavattini ha addirittura scritto per lui il soggetto Totò il buono che
non diventerà mai un film di Totò, ma sarà lo spunto per Miracolo a Milano,
realizzato molti anni più tardi in pieno neorealismo dal binomio
De Sica-Zavattini.
Totò il buono è pubblicato sulla rivista «Cinema» come un soggetto di Zavattini
e Totò. Il nome di Totò è stato usato con l’accordo di entrambi perché lo
scrittore spera che questo faciliti una sua eventuale realizzazione
cinematografica e l’attore si augura che così sia più facile che il ruolo venga
affidato a lui piuttosto che a un altro attore. Il protagonista è Totò, l’uomo
più buono del mondo, nato Sotto un cavolo.
A
trent’anni va in città per cercare fortuna, ma incontra solo tristezza e
scortesia. Quando trova lavoro da uno scultore si innamora della statua di una
ninfa. La baraccopoli in cui abita è minacciata da un plutocrate deciso a
distruggerla per estrarre il petrolio che vi scorre sotto. Totò si mette a capo
della resistenza con le armi della gentilezza e della fantasia. Arrivano in suo
aiuto anche due angeli che gli danno la facoltà di compiere miracoli per
ventiquattro ore. Così riesce a far fuggire gli invasori e a dare vita alla
statua. Ucciso da una trave che gli cade sulla testa, risorge durante il suo
funerale. Intanto il plutocrate si è impadronito della baraccopoli e insegue
Totò e gli altri poveracci. Ma Totò compie l’ultimo miracolo. Sale e fa salire i
suoi amici a cavallo delle scope e vola via verso un mondo più umano dove «tutti
dicono buongiorno volendo veramente dire buongiorno». L’idea di un nuovo film
per Totò prende forma in San Giovanni decollato
prodotto da Liborio Capitani e diretto da Amleto Palermi.
Zavattini ne scrive sceneggiatura e
dialoghi traendolo da una commedia del siciliano Nino Martoglio, ma non se la
sente di dirigerlo come gli propone il produttore, anche se è diventato molto
amico di Totò. Lo va a trovare spesso in viale Parioli 41 dove l’attore vive con
Diana, Liliana e il padre e la madre che
lo hanno raggiunto, accompagnati da una gabbia con due canarini chiamati
Gennarino e Rosa e da un grosso gatto d’angora, Bianco, considerato quasi un
secondo figlio. Totò è molto ospitale e offre lui stesso a Cesare vino o caffè
su un grande vassoio d’argento con lo stemma che, prima di riporre nella
credenza, pulisce con il gomito. Ma non è altrettanto avveduto quando gli
propongono un lavoro e rischia di accettare qualsiasi copione e soprattutto non
contratta mai per i suoi compensi, rischiando spesso di essere sottopagato
(mentre arricchisce, soprattutto negli anni successivi, i produttori che hanno
la fortuna di lavorare con lui).
Le
riprese del film cominciano a Cinecittà il 16 settembre 1940. Totò è Agostino,
un portinaio napoletano che fa anche il ciabattino, particolarmente devoto del
santo che dà il nome al film. E ancora filiforme, il volto magro e scavato,
l’aria svagata e apparentemente innocente, ma lancia già le sue sguardate
oblique e maliziose e sfoga una cattiveria sadicamente persecutoria sulla moglie
bisbetica e sugli inquilini, sospettati di succhiarsi l’olio del santo. Quando
mangia si esibisce nello spettacolo della fame insaziabile che cerca di battere
sul tempo la suocera e la fantesca decise a sparecchiare. Zittisce il calzolaio
siculo demolendogli sistematicamente il paio di scarpe che è venuto a
consegnare. Si capisce subito che Totò non è affatto buono. Anche se ha la
lacrima facile, è prevaricatore, prepotente, vendicativo. Può fare il succube,
il poveraccio tutto frustrazione e rassegnazione, ma si ha sempre il sospetto
della presa in giro, della finzione compiaciuta. Il giorno di Natale, pochi
giorni dopo l’uscita del film, Totò debutta al fianco di
Anna Magnani al teatro Quattro Fontane di
Roma nella rivista Quando meno te l’aspetti di
Michele Galdieri. Anna è già famosa come Totò più per le sue
interpretazioni teatrali che per quelle cinematografiche. Roma città aperta, il
film che per primo rivela tutte le sue doti drammatiche, vedrà la luce solo
cinque anni più tardi. Il clima politico è pesante. L’Italia è appena entrata in
guerra e la censura del regime fascista è più che mai attenta a qualsiasi
accenno negativo sull’operato di Mussolini e del suo governo. La rivista,
prodotta da una vecchia conoscenza dell’attore, quell’Eugenio Aulicino che lo
aveva scritturato tanti anni prima per il Nuovo di Napoli, ha in organico
sessanta persone.
Se
il titolo della rivista può già far sospettare qualche allusione a un
auspicabile cambiamento, le strofette della canzoncina iniziale tranquillizzano
subito il censore: «Quando meno te l’aspetti / la sorte muta / fa più dolce dei
confetti /la tua cicuta... / La strega arcigna che sogghigna, / si trasforma
nella fata più benigna... / E quando meno te lo sogni / ti sorride, provvedendo
ai tuoi bisogni». In realtà la satira pungente di Galdieri si appunta
soprattutto, e per forza, sui fatti di costume, aiutata brillantemente in questo
da due eccezionali interpreti quali sono Totò e Anna. Il napoletano
Michele Galdieri è allora già molto
noto nel mondo del teatro, dove ha cominciato giovanissimo. Nel 1924, a ventidue
anni, ha rimaneggiato una rivista lasciata incompiuta dal padre Rocco. L’anno
successivo scrive il suo primo copione, L’Italia senza sole, di cui si occupa la
censura, perché vi si fa chiaramente allusione al delitto Matteotti. Molto amico
dei fratelli De Filippo, scrive per loro uno spettacolo che ha successo e che lo
porterà ben presto a essere conosciuto in tutta Italia. Il suo stile, subito
riconoscibile, è basato su un’armonica fusione di satira, comicità e
coreografia, che cura personalmente insieme alla regia dei suoi spettacoli. La
sua satira preoccupa spesso Leopoldo Zurlo, il revisore dei testi teatrali di
quello che sarà il Miniculpop, cioè il Ministero della cultura popolare.
Galdieri gli porta la prima rivista nell’agosto del 1931. Si presenta con un
viso da adolescente sveglio e non si vedono né le sue ali di pelle, né la coda
da diavoletto, ma le grinfie sì, e quelle Zurlo gliele arrotonda qua e là. Sin
dal titolo si intuisce quello che sarà sempre il segreto di Galdieri e cioè non
dire nulla e suggerire tutto. Ed è proprio tra le maglie di questo suggerire che
riesce a far passare molte cose. Uno dei suoi bersagli in Quando meno te
l’aspetti è il cinema. E uscito da poco un film che si è fatto notare per la sua
ingenuità: Senza cielo di Alfredo Guarini con un’Isa Miranda che, appena
ritornata dall’America, ha assunto pose da diva hollywoodiana. Nella rivista,
Anna rifà il verso alla Miranda presentandosi a Totò-ciabattino in una
ricostruzione del cortile di San Giovanni decollato.
Ma
la scena per cui la rivista è rimasta famosa nella storia del teatro leggero è
quella del Gagà, interpretato da Totò, che in una sgangherata camera ammobiliata
svolge l’opera di seduzione nei confronti di Anna
Magnani, moglie in cerca di svago. I due fanno la caricatura dei Gagà e
delle Gagarelle che affollano i bar di via Veneto usando un loro linguaggio
contratto in cui “bici” vuoi dire bicicletta, “tele” telefono, “occu” occupato.
Totò sfoggia la sua straordinaria caratterizzazione del Gagà che gli è stata
ispirata da un anonimo giovanotto incontrato per strada. Costui calzava scarpe
mal connesse ma lucidate, indossava un abito liso ma stirato, mentre una sciarpa
sfrangiata di color giallo intorno al collo e un cappello serrato sotto
l’ascella sinistra completavano l’abbigliamento. La folta capigliatura corvina
era cosparsa di uno spesso strato di brillantina e si prolungava oltre il collo,
sbriciolandosi in riccioli e ciuffetti che si adagiavano sui bavero della
giacca. Totò, che tiene in modo particolare al suo abbigliamento tanto da essere
sempre elegantissimo, è molto attento all’aspetto delle persone che cerca di
imitare nelle sue caratterizzazioni. Nello spettacolo impersona anche uno
sfortunato signor Bonaventura che invece di guadagnare il famoso milione, come
nelle sue avventure sul «Corriere dei Piccoli», è sempre al verde e inguaiato
nelle difficoltà di tutti i giorni. Totò è quasi sempre in frac e, forse, ha
accettato di partecipare allo spettacolo proprio per il vestito particolarmente
elegante. Per tutta la sera è brillante e leggero, non sa la parte come il suo
solito, ma è contento di ritrovarsi sui palcoscenico, dopo la lunga cattività
del cinema, come un’anitra nell’acqua e inventa a ruota libera molte cose
curiose.
A
un certo punto si fa dare il copione dal suggeritore per ricordarsi una battuta.
Nella scenetta della fioraia del Pincio Anna interpreta Come è bello fa’ l’amore
quanno è sera, una canzone particolarmente bella e piena di nostalgia per i
tempi tranquilli e felici della pace. Ma non le sembra che il pubblico l’ascolti
come dovrebbe perché è distratto dalle moine e mossette di Totò che è dall’altra
parte del palcoscenico. Così nella successiva rappresentazione chiede e ottiene
dal comico, che si dimostra particolarmente generoso, di poter avere le luci
tutte su di sé, mentre lui resta in ombra. Ma il cambiamento non produce
l’effetto desiderato. Questa volta gli spettatori sono ancora più disattenti
perché, mentre lei canta, cercano con gli occhi Totò, che così poco illuminato è
meno facile da localizzare. E si ritorna all’illuminazione precedente, non senza
che tra Totò e Anna si crei un momento di malumore se non proprio di screzio.
Prima di debuttare nella rivista di Galdieri,
Totò interpreta al cinema L’allegro fantasma
con la regia di Amleto Palermi, in cui gli vengono affidati addirittura tre
personaggi, tre gemelli coinvolti nelle vicende di una eredità contesa.
Nicolino, Gelsomino e Slim sono diversi solo per il ciuffo dei capelli. Uno li
porta a virgola sulla fronte, uno a punto interrogativo sulla testa, il terzo li
ha lisci all’indietro, lucidi di brillantina. La farsa piena di equivoci
permette a Totò di esibirsi nelle sue irresistibili corsette, nei suoi frenetici
movimenti oculari, in muti e fervidi discorsetti fatti solo muovendo le labbra,
in scatti della sua silenziosa e aerea follia. Il film, girato nell’autunno del
1940, esce sugli schermi solo all’inizio di ottobre del 1941 mentre Totò recita
nelle repliche di Quando meno te l’aspetti. Il teatro e il cinema continuano a
inseguirsi nella sua intensa carriera di attore.
"Il principe
Totò" Orio Caldiron (Gremese editore)
|
|