Napoli milionaria

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Film in B/N durata 95 min.  Incasso lire 447.000.000  (valore attuale € 17.045.454,55)  Spettatori 4.635.000

"Napoli milionaria" 1950 di Eduardo De Filippo. Soggetto della omonima commedia di Eduardo De Filippo 1948; Sceneggiatura Eduardo De Filippo, Piero Tellini, Arduino Majuri; Produttore Dino De Laurentiis per Teatri della Farnesina, Eduardo De Filippo; Direttore della fotografia Aldo Tonti, Musiche Nino Rota dirette da Armando Previtali, Montaggio Douglas Robertson e Giuliana Attenni, Sceneggiatore Piero Filipponi e Piero Gherardi, Direttore di produzione Luigi De laurentiis, Aiuto regista Augusto Carloni, Fonico Vittorio Trentino.

Interpreti: Totò (Pasquale Miele), Eduardo De Filippo (Gennaro Jovine), Leda Gloria (sua moglie), Titina De Filippo (Adelaide), Delia Scala (figlia di Gennaro), Carlo Ninchi (il brigadiere), Dante Maggio (il pizzaiolo), Gianni Glori (figlio di Gennaro), Mario Soldati (ragionier Spasiani), Aldo Giuffrè (Federico), Laura Gore (signora Spasiani), Carlo Mazzoni (sergente americano), Micheal Tor (ufficiale americano canterino), Pietro Carloni (Enrico Settebellezze), Mario frera (Peppe 'o Turco), Rosita Pisano (Assunta), Concetta Palumbo (la piccola figlia di Gennaro), Carlo Giuffrè (Ernesto).

Trama: Gennaro e Pasquale sono due grandi amici e quando scoppia la guerra si trovano in difficoltà, la moglie di Gennaro si mette a fare la borsa nera risolvendo il problema economico ma trascurando marito e figli. Quando Gennaro, finita la guerra, torna a casa, trova la famiglia ricca, un figlio imbroglione, una figlia incinta e un'altra molto ammalata e lui stesso trattato come un estraneo. L'amico Pasquale l'aiuta come può ma Gennaro sfiduciato non crede più a niente.

Film completo: Napoli milionaria

Critica: Tutti ricordano l’argomento di Napoli milionaria, il dramma con cui Eduardo De Filippo si ripresentò alle scene italiane dopo la pausa della guerra. Traendo lo spunto dalle tristi vicissitudini di Napoli e dai casi di un reduce che, al suo ritorno dalla prigionia, ritrovava moglie e figli arricchiti ma moralmente depauperati d’ogni anche più piccolo bene, richiamava ciascuno, con dignitosa amarezza, al proprio senso di responsabilità civica e umana.

La vicenda, portata sullo schermo ad opera del suo stesso autore, ha dovuto ovviamente far posto a quegli elementi di contorno che, sulla scena, eran stati accennati solo di sfuggita: tedeschi, borsa nera, furti, miseria, guerra, mutamenti politici, e ha tentato di risolverli secondo una formula il più delle volte umoristica che non è giunta sempre a fondersi al clima drammatico cui sulla scorta fedele quanto immediata dell’opera scenica si affidava il filone principale della storia.

Un tale squilibrio, se da una parte ha condotto De Filippo a ripetere senza troppa originalità il repertorio ormai accreditato di una determinata epoca storica, dall’altra gli ha impedito di esprimere, con poetica verità, attraverso i casi dei suoi protagonisti, quell’accorata polemica che era il motivo più fervido della sua fatica teatrale; una inattesa indulgenza, oltre a tutto, per gli accenti più spiccioli della meno nobile satira hanno finito per privare il suo appello dell’antica serietà e hanno fatto scadere in più punti il film a quel livello di macchiettismo vernacolo cui non è invece mai giunta l’intelligenza di Eduardo autore teatrale.

Fra gli interpreti, oltre a De Filippo protagonista e a Totò, nelle vesti di un suo comico amico, ricorderò Titina De Filippo, Delia Scala, Carlo Ninchi e Dante Maggio: tutti generalmente felici, ma non di rado atteggiati a gesti e espressioni un po’ troppo coloriti.  Da Il Tempo, 30 Settembre 1950

E' l'unico film diretto da Eduardo De Filippo e il primo in cui Totò non è protagonista; si ricollega a "Il ratto delle Sabine" e a "Yvonne la Nuit", che uscivano nel clichè della maschera. In "Napoli milionaria" de Curtis offre un ritratto di grande forza realistica e il regista mette in scena un Totò di indelebile forza e simpatia umana.

Certamente la presenza di Piero Tellini tra gli sceneggiatori deve aver giocato un ruolo decisivo per la messa a punto del personaggio, che risulta sì costruito su alcuni stereotipi della commedia e della farsa napoletana, quali l'arte di arrangiarsi, la fame eterna, l'imbroglio alle autorità portato fino all'estremo dell'evidenza, il qualunquismo amorale ecc., ma anche su tratti di profonda e realistica umanità repressa in una Napoli (la stessa de "La Pelle" di Malaparte) devastata da un morbo più profondo dei bombardamenti e delle distruzioni, che è quello del crollo della dignità e di tutti i sentimenti, la disumanizzazione e la scomparsa di qualunque solidarietà e pietà, e tuttavia indomita nella sua lotta secolare contro i soprusi e la miseria.

Totò è tratteggiato con spunti popolareschi e la sua figura tende talora al clown bianco, ma solo in alcuni momenti e con una tale misura da non uscire mai dal realismo recitativo. È presente solo in sei scene, delle quali la prima (inizio del film) si ricollega all'ultima (fine del film) con i due amici che si interrogano rispettivamente nel 1939 e nel 1950: "ci sarà la guerra?".

Nella seconda scena Totò è invitato a fare il morto in casa di Gennaro Jovine ed è colto in un bar mentre svuota una pagnotta gigantesca diventata come una valigetta che contiene polpette, verdure e una pera cotta. Qui la "maschera", per altro accentuata dal solito abito di scena, soprabito scuro e bombetta, si avvicina di più allo stereotipo classico, quello della rivista e dei primi film.

Nella terza scena, quella più famosa, Totò è disteso sul letto, con un fazzoletto bianco intorno alla testa e si finge morto, nonostante i bombardamenti e le aperte minacce del brigadiere Carlo Ninchi, e cederà solo quando avrà la parola d'onore che non sarà arrestato.

Nella quarta scena, che è la più gustosa, Totò accetta, dietro compenso, di farsi arrestare al posto di Settebellezze, ma incappa in un ufficiale americano con la passione del bel canto, che lo sottopone ad un'interminabile audizione, durante la quale Totò si esibisce in una mimica facciale eccezionale, misurata e mai burattinesca, che è uno dei pezzi di bravura più riusciti di tutta la sua carriera.

Nella quinta scena, che anticipa con evidenza una situazione analoga che si ritroverà, sia pure con esiti narrativi differenti, ne "Gli onorevoli" del 1963, Totò trasmette la sua umanità di miserabile costretto ad arrangiarsi in tutti i modi per mangiare. La recitazione è sobria e sincera, anche se alcuni tratti e alcuni passaggi sembrano concedere al pubblico quello che il pubblico si aspetta da Totò.

Mario Landi e Ennio Flaiano diranno di Totò rispettivamente: «Totò straordinario (non è più una maschera) è un vero personaggio»; «Quest'invenzione comica è anche la più gradevole interpretazione di Totò, qui finalmente attore calmo, rassegnato, mai farsesco e prepotente come invece lo vediamo nei suoi film» . <<articolo correlato: O finto muorto di Emanuela Catalano>>

Tratto da "Totò principe clown" di Ennio Bìspuri per gentile concessione

 
 

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