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Io
adoravo già Totò come attore di teatro, mi divertivo moltissimo alle sue scenette, che
erano chilometriche, perché duravano dai quaranta ai quarantacinque minuti e durante
queste scenette il pubblico si divertiva da pazzi e alla fine non applaudiva nemmeno,
tanto era spossato dal ridere. Alla fine della guerra mi capitò di fare il primo film
comico della ripresa cinematografica italiana, con Totò. Lo facemmo io e Steno e si
chiamava Fifa e arena, e era un film su un torero, il titolo
già diceva tutto. Però quel film, che era diretto da Mattòli e che conteneva le gag
più facili, ebbe un grandissimo successo, e suscitò l'interesse di moltissimi registi e
sceneggiatori che capirono che Totò, oltre a essere un animale da teatro, era anche un
animale da cinema. Cioè quei gesti che avevano una proporzione teatrale nell'immenso
boccascena di un Sistina o di un Valle, lui li sapeva riproporre proporzionati, così come
le mimiche e i movimenti degli occhi, alla inquadratura cinematografica.
Fare
una sceneggiatura per Totò non era difficile, forse lo sarà stata per quelli che sono
venuti dopo di noi, dico per un Monicelli o un Pasolini, che hanno offerto a Totò
sceneggiature come Uccellacci e uccellini, ma noi
offrivamo a Totò delle farse all'italiana moderne, cioè proponevano dei film che si
chiamavano Totò cerca casa,
Totò al
giro d'Italia, Totò lascia o raddoppia, facevamo
dei film comici permeati di attualità, perché la gente era sitibonda di ridere del mondo
in cui si trovava, in quanto aveva molto sofferto nel mondo in cui si trovava qualche anno
prima. Non erano sceneggiature difficili da fare, e lavorare con Totò era abbastanza
facile, perché Totò era uno stimolatore, anzi bisognava frenarlo più che istigarlo,
perché portava quella sua carica di teatro napoletano, di tempismo, e soprattutto quella
sua maschera che delle volte non aveva bisogno delle parole, e soprattutto i suoi tempi
meravigliosi.
lo e
Metz ci chiudevamo in una stanza dell'Albergo Moderno e pensavamo, sotto la spinta di
produttori che ci assillavano, a un tema di grande attualità in cui Totò potesse essere
immesso, e mettiamo che veniva fuori Totò al giro d'Italia
con Bartali e Coppi. Si andava da Totò a raccontargli il soggetto, e Totò diceva sì, ma
non è che si entusiasmasse mai perché dentro di se aveva una tale carica di trovate e di
idee che il fatti di far ridere lo trovava come una professione per lui del tutto normale,
far ridere era suo obbligo. Si parlava un po' con lui e dal soggetto si passava al
trattamento, quindi a una sceneggiatura che lui infiorettava con battute. Ma oramai, dopo
il settimo o ottavo film (i primi li abbiamo fatti assieme anche a Age e Scarpelli, poi
abbiamo fatto coppia fissa io e Metz) alla fine per noi diventava facile, perché finivamo
per copiare Totò, intuivamo quello che lui avrebbe detto. Quella tra noi e il comico era
talmente una simbiosi che era come se diventassimo tre Totò.
I
film nostri (dico nostri coinvolgendo anche i registi) erano film pure brutti, però
avevano una carica di vitalità e un desiderio di comunicare, di scuotere, che li salvava.
In Italia i critici allora ci trattavano molto male, perché sembrava che fosse facile
fare dei film per Totò. Noi lo trovavamo effettivamente facile, perché eravamo sulla sua
lunghezza d'onda. Totò forse meritava di più. E lo dimostrò il fatto che ha poi fatto i
film di Monicelli e altri. Resta il fatto che Totò era sempre disponibile per una
comunicazione franca, e diciamo pure un pochettino banale, ma la risata è fatta anche di
piccole banalità, la risata è qualcosa di liberatorio che può esercitarsi anche su
qualcosa di banale, perché la risata su qualcosa di più importante diventa una risata
dovuta a satira, a ironia, e qualche cosa di più. Noi volevamo solamente far ridere.
S'intende che Totò portava una complicità sua molto efficace.
Ho
fatto anche la regia di un film di Totò, Sette anni di guai. Totò era un grande
collaboratore, un uomo precisissimo, che studiava molto la parte, ma che lasciava sempre
lo spazio per l'improvvisazione, che non era mai scatenata e anticinematografica come era
per esempio quella di un Walter Chiari, ma sempre un'improvvisazione nei termini di una
sequenza cinematografica. Rivedendo i film di Totò, sento che è un'esperienza passata e
irripetibile, abbastanza istruttiva, ma non utile. Istruttiva per capire certa mentalità
e gusti del passato, ma non utile per costruirci niente. Oramai il mondo è cambiato
molto. Certo salverei dei film di Totò, di quelli che ho fatto, per rivedermi per una
serata questo mostro di bravura, come, mettiamo
L'imperatore di
Capri, che distruggeva tutto il mondo capre se attraverso una satira fortissima
anche se condotta attraverso delle stupidaggini come il bagno collettivo o come
l'appartamento della contessa Von Kamposanten addobbato come il funerale di una bambina.
Forse
L'imperatore di Capri, come operazione di
costume nell'epoca in cui è uscito, è un film salvabile. In quel film l'idea di Totò
cameriere all'Excelsior e trasformato in cliente la prendemmo dai classici, da Arlecchino
servitore di due padroni. Molte volte l'idea nasceva dai classici, perché in realtà la
maschera di Totò si adeguava moltissimo a tutte le storie che avessero un fondamento
classico. Infatti in 47 morto che parla noi usammo con Totò
le tecniche dell'Avaro di Molière. E Totò vi fu veramente grande.
Quei
film erano ricchi di trovate e di gag che erano non sbrodolate ma concentrate. E fare due
tempi ci obbligava a trovare qualcos'altro e di diverso per il secondo tempo. L 'avaro ci
servì, in quel film, per il primo tempo soltanto. Anche in
Totò
sceicco si può dire che ci sono due film in uno. In realtà in un film comico noi
sapevamo che (contrariamente al teatro in cui la comica era in un atto ) se la sequenza
comica non era in un film a servizio di un tema sociale o comunque particolare, o se il
film non era la parodia di un qualche capolavoro, dovevamo ricorrere a due grosse sequenze
di questo genere, una per il primo e una per il secondo tempo. A volte il legame era
facile, a volte un esperto o uno spettatore avvertito di oggi, possono notare una
discrepanza.
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