|
E fatte n'altra risata ‘nfaccia a
stù cappello!

Totò, Charles Chaplin e Michael Jackson: geni a
confronto


C’è tanta gente che si diverte a far soffrire l’umanità,
noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi,
qualcuno su questo mondo capace di far ridere me
come io faccio ridere gli altri.
Totò – Preghiera del clown
(dal film Il più comico spettacolo del mondo, 1953)
Se proviamo a chiedere in giro cosa accomuna Totò a Chaplin e a Michael Jackson
le risposte variano a seconda dell’età, delle professioni, del contesto
socio-culturale, dell’acutezza di osservazione, del livello di ingenuità.
L’ho chiesto a degli psicologi e mi hanno detto: “beh, forse l’infanzia”.
L’ho chiesto a degli attori e mi hanno risposto: “la mimica, la gestualità”.
L’ho chiesto ad un bambino e mi ha detto con semplicità e candore: “il
cappello!”.
Probabilmente hanno ragione tutti e, forse, la risposta più superficiale è, al
contempo, la più profonda.
Childhood (Infanzia)
“Durante l’infanzia Totò non ebbe mai giocattoli, neanche a Natale o il giorno
del suo compleanno, mangiò sempre frugalmente e non conobbe nemmeno i piaceri
più modesti. Gli abiti che indossava erano ricavati dalle gonne smesse di
Anna
[la madre] che aveva gusti vistosi. Una veste a fiori, rose rosse per la
precisione, spinse Totò, a sette anni, a improvvisare la sua prima esibizione
pubblica. Da quell’indumento, qua e là macchiato di cipria, la nonna aveva
tratto un paio di calzoncini per il piccolo, che così conciato uscì nel vicolo
per giocare come al solito con gli altri scugnizzi smaliziati e dispettosi. I
pantaloni erano piuttosto larghi e, per così dire, alti di vita, per cui il
bimbo somigliava disastrosamente a un clown, con un tocco di femminilità per
giunta. Di fronte a quello spettacolo i monelli andarono a nozze e, facendo
circolo, incominciarono a beffeggiare l’amico con frasi piuttosto pesanti.
«È arrivato o’ femminiello» urlavano e, ancora, «Guardate o’ ricchione quant’è
bello!»
A Napoli, anche a sette anni, un bimbo ha il culto della virilità, e quelle
offese ferirono profondamente Totò che in un moto di rabbia furibonda si strappò
i pantaloni fiorati restando in mutande. Poi, guardando il suo primo pubblico,
protervo e impietoso ma pur sempre un pubblico, ebbe un colpo di genio. Si
piantò le mani sui fianchi, e muovendo le gambe magre in una specie di danza
improvvisò la sua prima macchietta. Gli scugnizzi ammutolirono e dal dileggio
passarono al divertimento, poi all’approvazione appassionata che culminò in un
applauso fragoroso. Allora Totò abbozzò un piccolo inchino di ringraziamento e
si avviò verso casa: la figuretta solitaria in mutande aveva una grande dignità
e nessuno vedendola passare ebbe il coraggio di ridere” .[1]
Totò
al suo debutto con Fermo con le mani (1937) da Totò: l’uomo e la maschera,
Feltrinelli, 1977
Totò recitò così il suo primo copione, qualsiasi altro bullo avrebbe reagito
fisicamente, ma lui fu fermo con le mani [2] e gestì il conflitto con l’umorismo.
Negli artisti, in particolar modo negli attori è difficile comprendere il
confine tra film e vita personale, anche in psicologia cognitiva si parla di
copioni riferendosi ai ruoli che attiviamo in determinate circostanze nella
nostra vita. A volte poi, si creano situazioni e coincidenze a dir poco
sorprendenti. Spostiamoci un attimo dalla vita reale di Totò a quella
cinematografica di Chaplin.
Il 6 gennaio 1928 a New York si proiettò per la prima volta un film di Chaplin
che ottenne il primo premio all’accademia, l’attuale Oscar, quando il sonoro
iniziava a soppiantare il muto. Fin qui nulla di sorprendente. In una bellissima
gag Charlot equilibrista sul filo viene assalito da maliziose scimmiette che, un
po’ come gli scugnizzi di Totò, lo lasciano in mutande.
Spesso leggendo contenuti, critica e biografia di Totò e Chaplin rischiamo di
perdere il filo, l’equilibrio mentale che necessità uno sforzo superiore per
ricordarci di chi stiamo parlando. È la vita di uno, la performance di un altro
o forse il contrario? Questo è ciò che accade quando ci appassioniamo ad artisti
veri, che hanno cercato di spiegarci la vita attraverso la loro espressione
artistica, gente che per lo più ha vissuto un’infanzia di sofferenza.
Michael
Jackson in Smooth Criminal (1988)
Come affermava Totò:
Io so a memoria la miseria, e la miseria è il copione della vera comicità. Non
si può far ridere, se non si conoscono bene il dolore, la fame, il freddo,
l’amore senza speranza… e la vergogna dei pantaloni sfondati, il desiderio di un
caffelatte, la prepotenza esosa degli impresari, la cattiveria del pubblico
senza educazione. Insomma non si può essere un vero attore comico senza aver
fatto la guerra con la vita.
Ripercorrendo l’infanzia di Chaplin ritroviamo le precarie condizioni
finanziarie della famiglia, due anni fra collegi e istituti per orfani sia per
Charlie che per il fratello Sydney. Quando Charlie aveva dodici anni il padre
morì e la madre, affetta da turbe mentali, venne ricoverata in un istituto. Le
vicende dell'infanzia non impedirono al piccolo Chaplin di apprendere proprio
dalla madre l'arte del canto e della recitazione. I primi passi sul palcoscenico
li mosse assieme a lei alla tenera età di cinque anni. Nel 1896 durante una
recita in un teatro di varietà Hannah [3] fu sonoramente fischiata e costretta ad
abbandonare il palcoscenico; a sostituirla venne mandato in scena il piccolo
Charlie che ottenne un discreto successo cantando una canzone popolare
dell'epoca, 'E Dunno Where 'E Are. Nel 1900, all'età di undici anni, il fratello
riuscì a fargli ottenere il ruolo comico di un gatto nella pantomima Cinderella
(Cenerentola), rappresentata all'ippodromo di Londra, nella quale recitava anche
il famoso clown Marceline. Nello stesso anno Sydney si imbarcò su una nave come
trombettiere: il peso della madre ricadde così sulle spalle del piccolo Charlie.
Nonostante la buona volontà, la vita era estremamente dura, Hannah fu
addirittura ricoverata in ospedale con una diagnosi di depressione causata dalla
denutrizione. Nel 1903 fu dimessa dall’ospedale ma poco tempo dopo una ricaduta
ne determinò l'internamento definitivo. Un anno dopo il quindicenne Charles fu
tra i protagonisti della fortunata rappresentazione del Peter Pan di James
Matthew Barrie.
Peter Pan ci riconduce ai giorni nostri, ad un artista che avrebbe dovuto creare
lo spettacolo più impressionante di tutti i tempi, nella stessa terra di
Cinderella di Chaplin. Proprio a Londra si doveva tenere lo spettacolo “This is
it”, è l’artista in questione naturalmente è Michael Jackson. Settimo di nove
fratelli realizzò la sua prima esperienza di musicista all’età di cinque anni,
cantando ad una recita scolastica e all’età di sette anni divenne il cantante
del gruppo formato con i suoi fratelli: i Jackson Five. La sua storia è nota a
tutti e, proprio giocando con queste parole nel 1995 realizzò HIStory [4] , un
doppio cd formato sia da inediti che da classici del suo repertorio. E il
segreto della sua storia era nascosto non tra i brani classici, ma nell’inedito
Childhood. Le parole del testo descrivono il suo passato, rimasto presente e
indelebile e rappresentato in un suo disegno, riproponendo un immagine di un
Chaplin indifeso da lui stesso interpretato. Nel testo, infatti canta: Avete
visto la mia infanzia? sto cercando il mondo dal quale provengo perché è un po’
che cerco tra gli oggetti smarriti del mio cuore, nessuno mi capisce
pensano che siano stranezze eccentriche... perché continuo a scherzare come un
bambino, ma scusate se... la gente dice che non sono a posto perché mi piacciono
cose semplici... sono stato costretto a compensare per l'infanzia che non ho mai
avuto...
Disegno
di Michael Jackson, inserito nel cd singolo di “Scream” (1995)
L’infanzia, soprattutto se sofferta lascia sempre
un’impronta e cerca soddisfacimento da adulto, riproponendosi costantemente,
ricreando gli stessi contesti, in attesa che il copione si ripeta, ma con un
finale differente.
Come disse Liliana De Curtis:
Le lacrime versate durante l’infanzia lasciarono una ferita aperta nel cuore di
mio padre, una struggente nostalgia per quella stagione della vita che gli era
stata negata.
«Sono stato un bambino povero con la voglia inappagata degli agi che non mi
potevo permettere» confessava Totò. «Non so come, ma quel bambino è rimasto
dentro di me: me lo porto appresso come un amico invisibile e mi diverto a
regalargli ogni ben di Dio, vestiti eleganti, profumi e oggetti raffinati. Io
spenderei ogni mio avere pur di rimanere piccolo: al massimo vorrei avere sette
anni» [1] .
Michael
Jackson nei panni di Chaplin
Gli artisti a noi cari riuscirono sublimando e con umorismo
a creare delle opere d’arte, frutto di quell’energia ancora presente e investita
in qualcosa di spettacolare, quasi a voler comunicare al mondo intero la
conquista di un qualcosa che sembrava irrimediabilmente perduto.
Il regista russo Sergej Ejzenstejn descrivendo Chaplin affermava che:
“…nonostante i suoi capelli bianchi, ha conservato uno sguardo di bambino e la
capacità di considerare al primo livello il minimo avvenimento. Di qui la sua
libertà nei confronti dello sguardo moralizzatore (gli occhi della morale o gli
occhi del censore) e la sua capacità di vedere sotto un aspetto comico cose di
fronte alle quali altri rabbrividiscono. Questa capacità è chiamata, in un uomo
adulto, infantilismo. Pertanto, il comico chapliniano è costruito per principio
su un procedimento infantile”. E vedere tutto dal punto di vista del bambino,
per il regista russo significa anche giocare ed essere liberi. Ejzenstejn
riporta un saggio [9] del professor Overstritt: “Amare il gioco ed il divertimento
significa, in una certa misura, che si è anche liberi. Se un uomo è
giocherellone, vuol dire che per un momento scuote il peso delle convenzioni e
si sottrae alle costrizioni del quotidiano (…). La vita non è che un susseguirsi
di restrizioni. Nel gioco siamo liberi! Facciamo quello che ci piace. E,
indubbiamente, non potrebbe esserci per l’uomo sogno più bello di quello di
essere libero. Ne consegue che riconoscere a qualcuno senso dell’umorismo
significa riconoscergli al contempo capacità di giocare, cosa che a sua volta
prova che egli ha spirito di libertà e spontaneità creativa” [5].
Una chiara evidenza della presenza dell’infanzia di Chaplin si nota nella sua
magistrale opera The Kid [6], dove i due personaggi principali hanno
caratteristiche e stili molto simili che si interscambiano continuamente. Ad
esempio, nella scena in cui il bambino cucina e il vagabondo è nel letto a
fumare, leggendo il giornale John, il monello, sgrida Charlot e lo chiama a
tavola, proprio con atteggiamenti genitoriali. Una volta a tavola, poi, i ruoli
tornano alla normalità, ed è il “padre” che insegna le buone maniere da tenere a
tavola al figlio, ricordandogli il momento della preghiera [7].
Nelle opere di Jackson l’infanzia è una costante, tant’è che i bambini sono
presenti nei suoi video più o meno direttamente, ed è per loro che sono state
fondate associazioni benefiche come la “Heal the world foundation”. Il bambino
genuino e vivo che è in lui riesce a coinvolgere grandi registi come John Landis,
l’autore di Thriller e di Black or White, che proprio nei making dei rispettivi
video lo si vede giocare con il cantante prendendosi addirittura delle torte in
faccia alla Stanlio e Ollio, grazie alla compartecipazione di Macaulay Culkin
[8] .
La mimica e la gestualità
La vicinanza tra Totò e Chaplin, anche cronologica è molto
evidente, diversamente però si può dire degli attori e della musicalità dei loro
gesti.
Michael Jackson in diversi momenti della sua carriera ricorda Totò. Già ai tempi
dei Jackson Five nel video e ai concerti, ballando “Dancing machine” realizza la
danza del robot che ricorda Totò-robot del 1949, un Totò che, anche con la sua
scenografia rimanda all’ingresso di Michael Jackson all’History tour del 1997
con navicella spaziale alle spalle.
Altro movimento che i fan jacksoniani ricordano è quello di “Another part of
me”, canzone tra l’altro inclusa nel film “The Wiz” presente a Disneyworld negli
anni ’80, successivamente sospeso e attualmente restaurato e re-inserito.
Proprio in quel video-live il movimento di testa orizzontale con spalla al
seguito è degno di Totò.
Ancora nel 1988 in Smooth Criminal, Michael Jackson con un trucco
cinematografico, poi riproposto dal vivo, incastrando i tacchi nel pavimento,
sfida le leggi di gravità inclinandosi in avanti. Il video è ambientato negli
anni ’30 e proprio nel 1937 nel debutto cinematografico di Totò Fermo con le
mani, realizza una mimica simile. Ma l’evidenza più grande, che io considero un
tributo e un segno di rispetto per l’arte cinematografica italiana e di Totò, in
particolare, lo si può palesemente riconoscere nella performance del 1995 alla
premiazione dei Grammy Awards.
Il cappello
In un articolo giocoso, in onore all’infanzia, non si poteva non considerare la
risposta del bambino, del bambino che è in ognuno di noi che vede la comunanza
degli artisti “semplicemente” in un cappello.
Il cappello, in realtà, non rappresenta soltanto un indumento, un semplice
copricapo, ma è molto di più. A volte è semplicemente una moda, altre volte no.
Non si può certo parlare di moda vedendo la bombetta di Chaplin e di Totò. Forse
è più l’attestazione dell’elevazione a status, della conferma che “signori si
nasce”, è il simbolo, appunto di una dignità che nessun sistema politico ed
economico può togliere, tutti possono indossarlo ma non tutti sono in grado di
tenerlo con la stessa eleganza, un’eleganza che rappresenta la nostra dignità,
la differenza tra chi può realmente indossarlo e chi no. Un detto palermitano
cita: “il cappello ai porci non lo si può mettere”.
Michael
Jackson HIStory tour 1997
E sul simbolismo del cappello ancora una volta il cinema ci
porta a Totò, al film “Miracolo a Milano” di
Vittorio de Sica del 1951. In un
saggio [di pubblicazione recente si parla del personaggio principale del film, Totò, che uscito dall’orfanotrofio in cui ha trascorso l’infanzia viene a
contatto con due situazioni opposte: uomini e donne dell’alta società che escono
dal Teatro alla Scala e i barboni della città. Il potere simbolico del cappello
si affaccia sulla storia del film attraverso la presentazione di alcune figure
che non accettano la propria condizione e cercano di distinguersi dagli altri
poveri, come nel caso di una signora che si presenta con fare altezzoso usando
un ombrellino bucherellato come se fosse un bastone e che cerca, nei modi e nel
vestiario (un cappellino ed una sciarpetta logori), di attribuirsi uno status
superiore a quello reale. Qualcosa di simile avviene anche rispetto al
personaggio di Rappi, barbone scontroso che cerca di darsi un tono superiore a
quello degli altri, che significativamente chiama “Straccioni”, tramite
l’atteggiamento, il cappotto e la sua bombetta lisa.
Lo stesso Rappi, dopo aver venduto una latta di petrolio in città, ritorna tra i
barboni, presentandosi con fare altezzoso avvolto in un cappotto con pelliccia
ed un cilindro in testa fra lo stupore generale. L’incanto e la “sacralità”
generati dall’abbigliamento del personaggio si rompono però all’ingresso della
baracca in cui Rappi vive, il cilindro infatti è troppo alto rispetto alla porta
e cade a terra. A questo punto il silenzio generale si tramuta in una fragorosa
risata, come se la caduta del cappello avesse spezzato la magia generata
dall’abito di lusso ed avesse riportato alla realtà il barbone che si era
travestito da signore e, grazie al potere simbolico dell’abito, per un momento
lo era diventato agli occhi degli altri.
Totò-robot
nella rivista che chiude la grande serie Totò – Galdieri: Bada che ti mangio!
(1949)
Anche Chaplin la dice lunga con i suoi abiti e la sua
bombetta. Descrivendo il suo personaggio, nel film Luci della città del 1931
egli afferma: “All'inizio Charlot simboleggiava un gagà londinese finito sul
lastrico (…) lo consideravo soltanto una figura satirica. Nella mia mente, i
suoi indescrivibili pantaloni rappresentavano una rivolta contro le convenzioni,
i suoi baffi la vanità dell'uomo, il cappello e il bastone erano tentativi di dignità, e i suoi scarponi gli impedimenti che lo intralciavano sempre”.
Oltre all’oggetto in sé è il gesto che comunica qualcosa sia agli altri
personaggi che al pubblico in sala, al pubblico dei concerti, a tutti coloro che
riescono a coglierne il significato.
Totò nel film citato, inizialmente subisce il fascino dei vestiti degli uomini
dell’alta società, applaude, come se queste dovessero essere ricompensate per lo
spettacolo offerto a chi quei vestiti li può solo sognare, e per tutta risposta
esse, liete del riconoscimento ottenuto, salutano il povero giovane con un
sorriso, un inchino ed il gesto di togliersi il cappello prima di sparire nelle
loro potenti automobili.
Il “togliersi il cappello”, in questo caso è un atto puramente formale ma è
proprio tra i barboni che acquista il suo vero significato e il film si chiude
con i barboni che volano via sulle scope mentre sullo schermo compare la scritta
“verso un paese dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno”, sintesi poetica
di una ricerca di autenticità in contrapposizione alle ipocrisie della società
(e che invece fu letta all’epoca come un’apoteosi dell’Unione Sovietica, creando
polemiche enormi attorno alla pellicola). I barboni, inoltre, tramite il
cappello danno luogo anche a comportamenti di deferenza, ossia di riconoscimento
dello status e del valore simbolico dell’altro, tenendo in mano il cappello
davanti a coloro che ritengono superiori a loro, i quali invece non usano una
cortesia simmetrica, a dimostrazione di come anche tali atteggiamenti veicolino
significati sociali, in questo caso relativi alla gerarchia.
Sulla base di questo contesto il cappello a cilindro nel
film diventa il simbolo dello status da raggiungere ma insieme anche degli
effetti negativi della ricerca del superfluo per modificare agli occhi degli
altri la propria identità per costruirne una, sociale, senza però cambiare
realmente in meglio la propria condizione. Questo lato oscuro dell’uso sociale
della moda si riassume tutto nella fuga di Rappi, inseguito da una nuvola di
cilindri lungo la ferrovia dopo aver visto tutti i barboni acquisire il
copricapo in cambio del quale lui li aveva traditi, vanificando il motivo
scatenante della sua azione, ossia quello di distinguersi ed elevarsi rispetto
agli altri. Infine, in una scena si assiste all’arresto dei barboni sottolineato
dal fatto che, mentre scoprono che Totò non può più aiutarli, subiscono sulla
testa i colpi dei manganelli dei poliziotti che danneggiano e umiliano il loro
cappello a cilindro, simbolo principale del loro illusorio benessere [10].
E Michael Jackson? Pensando a lui come non si può non ricordare il modo in cui
presenta il suo classico, ricordato sicuramente per le sonorità e per i passi di
danza, ma non certo per il suo simbolismo. Michael Jackson presentò per la prima
volta Billie Jean il 25 marzo del 1983, alla celebrazione dei 25 anni di
attività della Motown, la casa discografica che allora ospitava Michael e i suoi
fratelli. Riprendendo e modificando passi di Fred Astaire integrandoli con i più
moderni passi di breakdance realizzò il suo moonwalk ma fece anche
qualcos’altro: indossò un cappello. Sembrava volesse dire al mondo “Attenzione
adesso tocca a me!”. Ciò che forse non è stato colto e che, secondo me, vale la
pena almeno supporre, Michael di fronte ad un pubblico di attori e cantanti di
colore, che riuscivano a fatica a far valere il loro talento per via
dell’obnubilamento razziale dell’epoca che relegava i neri ad uno status
secondario alla fine del famoso passo di danza lancia il cappello al pubblico,
in segno di deferenza, di ringraziamento e di riconoscimento del valore degli
altri sia presenti in sala che in altri momenti anche futuri.
E questo è un gesto tipico dei grandi, non è raro, infatti, intravedere in
Chaplin e nello stesso Totò atti simili di riconoscenza verso il pubblico alla
fine di uno spettacolo.
A questo punto, presupponendo di avere risposto seppur non esaustivamente
all’attore, allo psicologo e al bambino che è in ognuno di noi proviamo a trarre
delle conclusioni.
Conclusioni
È insostituibile la funzione che ha la comicità nell’umanità. Attraverso di essa
“vediamo l’irrazionale in ciò che sembra razionale; il folle in ciò che è
sensato; l’insignificante in ciò che sembra pieno d’importanza. Essa ci aiuta
anche a sopravvivere preservando il nostro equilibrio mentale. Grazie
all’umorismo siamo meno schiacciati dalle vicissitudini della vita. Esso attiva
il nostro senso delle proporzioni e c’insegna che in un eccesso di serietà si
annida sempre l’assurdo”[11] .
I film comici hanno un grande successo anche perché prendono di mira figure che
tradizionalmente rappresentano il potere, la serietà e la grandezza dell’uomo.
Persone che sono normalmente piene di dignità e di rispetto vengono ora
sbeffeggiate e messe in ridicolo; si pensi, in Charlie Chaplin, ai politici
(come nella scena iniziale di City Lights), all’immancabile poliziotto o al
direttore del circo.
Afferma Chaplin: “Credo nel potere del riso e delle lacrime come antidoto
all’odio e al terrore. Dei buoni film costituiscono un linguaggio
internazionale, corrispondono al bisogno che la gente ha di humor, di pietà, di
compassione. Sono un mezzo per dissipare il sospetto e il timore che hanno
invaso il mondo di oggi. (…) Se solo potessimo scambiare tra le nazioni, e in
modo intensivo, dei film che non parlino il linguaggio della propaganda
aggressiva, ma invece quello della gente semplice, ebbene ciò potrebbe salvare
il mondo dal disastro” [12].
Ed è la semplicità che caratterizza le opere dei nostri artisti, Michael Jackson
faceva ascoltare pezzi come Heal the world ai bambini, se piaceva a loro, allora
il pezzo si poteva comunicare all’intera umanità. Le stesse parole le pronuncia
Kenny Ortega, che ha collaborato con Jackson nella sua ultima opera rimasta
incompiuta e pertanto eterna.
Ho iniziato con la fine, la fine di una preghiera di un clown, perché ritengo
che la fine è soltanto l’inizio di qualcosa di più grande.
Citazioni:
[1] Liliana De Curtis, Totò mio padre, Rizzoli,
Milano, 2002, pag.32
[2]
Guarda caso è il titolo della sua opera di debutto
[3]
Anche la madre di Totò si chiamava Anna, solo che il nome della madre di Chaplin
è compresa tra due “H”, due lettere “mute”!
[4]
Che vuol dire sia “Storia” che “La sua storia”
[5] Sergej M. Ejzenstejn, Charlie Chaplin,
SE editore, Milano 2005
[6]
In Italia tradotto con “Il monello”
[7] Roberto Toninelli,
Tesi di laurea “L’arte comunicativa di Charlie Chaplin”, 2007
[8]
il bambino di “Mamma ho perso l’aereo”
[9]
Di Gianluigi Zarantonello nel volume “Contraccambi, la moda, il cinema, lo
sguardo”, CLEUP, Padova, 2002
[10]
Di Gianluigi Zarantonello nel
volume “Contraccambi, la moda, il cinema, lo sguardo”, CLEUP, Padova, 2002.
[11] Charles Spencer Chaplin, Charlie Chaplin, La mia vita,
Fabbri Editore, Milano 1964 – pag. 255
[12] Giorgio Cremonini, Charlie Chaplin,
L’Unità/Il Castoro, Milano 1995 – pag. 7
Nota: Articolo contenuto sul sito
www.antoniodecurtis.org - Autore © Salvatore Cianciabella. Collocato in rete il 27 febbraio 2010. L’articolo può essere
riprodotto (stampa dal sito per uso personale o fotocopia per uso didattico)
citando la fonte. Come citare questo articolo: Cianciabella S. (2010) Totò,
Charles Chaplin e Michael Jackson: geni a confronto. Reperibile sul sito
www.antoniodecurtis.org alla voce
Voi e Totò.
|