Il teatro di Totò: L'addio al teatro - L'ultimo spettacolo 1950-1957 

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Ormai Totò era completamente risucchiato dal cinema e non era più in grado di dedicarsi al teatro nemmeno per breve tempo. Girava un film dopo l’altro, senza alcuna pausa, talora passando un set all’altro nello stesso giorno.

Nel 1950 uscirono otto film, con una media di uno ogni quarantacinque giorni e così avverrà, più o meno, negli anni successivi. Pur rimanendogli fedele fino alla morte, l’attore, doveva dunque abbandonare l’amato palcoscenico, sia pure con rimpianto e dolore.

Tale abbandono coincise tuttavia come abbiamo visto con una progressiva agonia dell’avanspettacolo e del teatro di rivista.

Nel 1956 Maria Campi, la donna che aveva inventato la mossa e che aveva furoreggiato negli anni d’oro del café chantant, compiva ottanta anni, quasi a rappresentare il tramonto di quel nondo, che aveva ormai definitivamente investito anche Totò.

 

Nel 1957 morivano a Roma Alfredo  Bambi, straordinario macchiettista romano e Armando Curcio, autore prolifico nel campo del treatro leggero, originale propositore e trasformatore della tarantella napoletana. Se ne andavano insomma pian piano tutti i protagonisti di quel mondo e di quella stagione.

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Alla soglia dei sessant’ anni, divenuto un mito grazie al cinema, Totò palpitava però ancora per il teatro, cui non sapeva resistere, e il 19 novembre del 1956, dopo sette anni di assenza, debuttò al Morlacchi di Perugia con La Compagnia Spettacoli Errepi presenta la Compagnia Totò-Yvonne Ménard nella rivista A prescindere, di Nelli e Mangini, con la regia dello stesso Mangini e le coreografie ancora una volta di Gisa Geert.

Lo spettacolo si trasferì poi a Roma, dove debuttò il primo dicembre al Sistina, tempio nazionale del teatro di rivista italiano. L’applauso di tre minuti e quarantadue secondi che Totò incassò alla fine regendosi al sipario, visibilmente commosso e riconoscente, fu però più un applauso alla sua persona che alla rappresentazione e potrebbe perfino essere interpretato come un congedo all’attore di teatro, piuttosto che il segno di approvazione per quello sforzo ormai tardivo e nemmeno pianamente riuscito.

 

Sandro De Feo su «L’Espresso» del 2 dicembre rilevava in modo lucido che «Totò era più disorientato che stanco», aggiungendo implacabile: «Siamo ben lontani dal Totò a Capri e dal Totò del  vagone letto delle sue grandi stagioni di alcuni anni fa». Il critico de «Il Messaggero» scriveva che «la sua comicità è rimasta legata a espedienti alquanto superati, qualche volta perfino di gusto dubbio, basati su doppi sensi ed equivoci verbali che non trovano più la rispondenza di una volta». Orio Vergani rincarava la dose mettendo in chiara evidenza che «la recitazione di Totò, più che una invenzione immediata, ci pareva estratta da un appello un po’ inquieto a memorie di effetti che erano familiari sette  o quindici anni o vent’anni fa — addirittura al tempo di Totò sconosciuto alle folle e che i sette anni consumati in un’altra tecnica espressiva avevano reso un po’ consueti».

Dall’assoluto  silenzio e dall’indifferenza pressoché totale che avevano caratterizzato l’atteggiamento nei critici negli anni Trenta, si era passati alle critiche distratte firmate dai vice o da anonimi collaboratori di alcuni quotidiani marginali. Ora erano invece illustri firme, scrittori e intellettuali  riconosciuti e affermati che affrontavano il fenomeno Totò, approfondendo le sue qualità di attore in riferimento ai testi che interpretava. E i loro giudizi erano taglienti, severi e unanimi nel riconoscere che la recitazione proposta dall’attore in questo suo ultimo spettacolo era ormai invecchiata e superata da un mondo e da una società che vedeva tutti i giorni la televisione e che stava per conoscere la “dolcevita”,  il Boom economico e una trasformazione radicale del costume.

Totò ritornava  al teatro di varietà quando aveva già interpretato quarantotto film e, ormai invecchiato e privo di quella forza che aveva decretato il suo successo, il pubblico non lo riconosceva più e non lo ricordava come attore di teatro. Era praticamente sopravvissuto a se stesso in un mondo che era cambiato radicalmente. I suoi spettacoli non attraevano più gli spettatori, che esigevano modernità e un linguaggio diverso da quello degli anni Trenta e Quaranta.

Dopo Perugia e Roma, lo spettacolo affrontò molte altre piazze italiane quali Milano, Palermo e Bergamo, risultando di sera in sera migliore della replica precedente, più ricco di improvvisazioni e di trovate.

Ma il fondo rimaneva lo stesso e il giudizio dei critici accreditati non mutò. In realtà, il suo vero addio al teatro Totò l’aveva dato sette anni prima, nel 1949, con Bada che ti mangio, e questo ultimo spettacolo sanciva per sempre quell’abbandono, in una sorta di ultimo addio.

Gli  autori aggravavano l’errore commesso da Galdieri, presentando uno spettacolo sovraccarico, sontuoso e opulento nelle scenografie e nei costumi, allontanandosi ancora di più da quella semplicità che era  stata la base del vero successo dell’attore. La fine del Totò teatrale era dunque dovuta a un concorso simultaneo di cause, che andavano dalla crisi oggettiva del suo linguaggio, dall’invecchiamento  fisiologico, dalla riproposizione di una recitazione che finiva per diventare maniera,  alla supremazia del cinema che gli toglieva ogni spazio di tempo e infine, incredibile a dirsi, al sopraggiungere della cecità.

 

 

I primi sintomi di quell’evento devastante l’attore li aveva avvertiti a Milano, nel febbraio del ’57, mentre recitava al Teatro Nuovo. Gli era stata diagnosticata una broncopolmonite che gli aveva provocato una febbre molto alta, ma dopo tre soli giorni di letto, nonostante le raccomandazioni dei medici, Totò aveva deciso di voler andare in scena. Già mentre si truccava aveva provato un senso di vertigine. Nonostante tutto, aveva fatto forza su se stesso e si era avviato verso il palcoscenico, ma alla fine si era accasciato svenuto dietro le quinte. Nonostante i medici gli avessero prescritto 15 giorni di assoluto riposo, dopo una settimana aveva voluto riprendere la tournée. A marzo era a Biella, poi a Bergamo e Sanremo, dove avvertì i primi disturbi alla vista. A Venezia tornarono le vertigini e la vista si abbassò ulteriormente.

A Firenze la malattia proseguì il suo corso  e Totò non fu più in grado nemmeno di leggere. Alla fine, il 3 maggio, mentre vestito da Otello e con una stampella per spada recitava al Politeama Garibaldi di Palermo, si rese conto che era sceso il buio davanti ai suoi occhi. Non vedeva più e tuttavia continuò miracolosamente a recitare di fronte a un pubblico osannante che non si accorgeva di nulla, portando a termine lo spettacolo.  Non solo: sempre in rispetto del pubblico e nonostante la cecità, decise di continuare ad andare in scena, portando un paio di occhiali da sole molto spessi, nelle repliche successive il 4 e il 5 maggio. Ma il giorno successivo fu costretto a cedere, non ce la faceva più e lo spettacolo venne sospeso.

In quel fatale  6 maggio del 1957, terminò per sempre la sua attività di attore di teatro.

Roma 2010, Totò attore - Ennio Bìspuri - Gremese autore

 

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