Totò visto da:   Ennio Flaiano

 

Ennio Flaiano e Sofia LorenNella primavera del ’52 Roberto Rossellini mi chiese se volevo aiutarlo a rivedere i dialoghi di un film che doveva fare con Totò.

Il film si chiamava Dov’è la libertà, e l’ho visto di recente alla televisione; non è tra i migliori di Rossellini, benché ogni tanto esca fuori la zampa del leone, e nemmeno tra i peggiori di Totò, anzi può dirsi un'introduzione all'altra faccia della luna dell'attore.

Per la prima volta egli si staccava dai suoi modi direttamente comici per un saggio d'interpretazione realistica, che tuttavia il pubblico rifiutò.

Ma quel che il regista e l'attore avevano voluto dire nel film mi sembra che resista: una certa demistificazione del buon cuore romano, " er core ", in una Roma gretta e sfasciata, in cui Totò uscito di galera si aggirava come l'Urone o l'Ingenuo di Voltaire, cercando una solidarietà, una verità umana e trovando solo la frode e il tornaconto, la baraonda imitativa delle grandi città e infine una galera filosofica più losca, che 1o spingeva a ritornare in carcere tra i suoi compagni.

Dicendo di sì alla proposta di Rossellini ubbidivo ad un certo gusto per l'avventura, ma non immaginavo di entrare in un vortice che sarebbe durato due mesi. Mi sembrava un lavoro facile, la sceneggiatura esisteva, ma dandomene una copia Rossellini mi disse di non buttarla via, perché durante la lavorazione avrebbe potuto servire.

Intanto, il dialogo della prima scena, abbozzato da Rossellini sul rovescio di una busta, doveva essere da me riveduto e battuto a macchina, in cinque o sei copie. Quando? Ma subito.

Il film cominciava quel giorno stesso, anzi la troupe era già pronta, e gli attori si stavano truccando, e tutti ci aspettavano " in esterno ", in quello scempio architettonico che viene chiamato piazza Augusto Imperatore, con il vecchio Augusteo ridotto come un osso e servito tra cipressi romanisti in un vassoio di parcheggi, là dove una volta c'era la nobile via de' Pontefici e un reticolo di strade piene di artigiani, trattorie, caffè e bigliardi .

 

Dov'è la libertàCosì conobbi Totò e, nei limiti delle nostre due timidezze, diventammo quasi amici. Totò era un " signore ", perlomeno del signore meridionale aveva la calma, la tolleranza, la cortesia.

Questa fu la prima impressione. Salutava togliendosi il cappello, non faceva mai circolo attorno a se, non raccontava storielle, ne cadeva preda di quelle concitate allegrie o depressioni che, nel lavoro del cinema, sono il prodotto delle lunghe e inspiegabili attese.

Dagli uomini della troupe veniva chiamato principe. Anche il duca Caracciolo, che era l'aiuto regista, lo chiamava principe. Prima di iniziare una scena, sentii una volta l'operatore Tonti che implorava: " Per favore, le Altezze mantengano un dignitoso silenzio ".

Totò era infatti sai il Principe Antonio Focas Flavio Comneno de Curtis di Bisanzio, Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero. Mi chiesi allora perché quest'attore era così diverso da tutti gli altri e, direi, così lontano. Sorrideva quasi sempre e con un tratto di ironia indefinibile.

Quando gli consegnavo il foglio delle sue battute (di solito scrivevamo i dialoghi un'ora prima di girare, sul tamburo) egli lo leggeva assumendo un'aria serissima, ma ad ogni parola, con una sorpresa sempre nuova, il suo volto cominciava a scomporsi in una reazione continua, apparentemente comica, e di una intensità infantile.

Un re da favola, che avesse letto il discorso preparatogli dal ciambellano non avrebbe espresso in altra forma la sua contenuta meraviglia. Un minuto dopo era pronto a dire nel migliore dei modi le povere cose da noi scritte. Mi chiedevo quale fosse il segreto della sua calma e della sua sottile capacità di interpretazione.

Mi sembrò di trovarlo proprio nella sua disposizione surreale di fronte alla vita e alla rappresentazione italiana, cioè al realismo che è la piattaforma del nostro teatro, e ora del nostro cinema. Egli poteva rappresentare soltanto se stesso, non era un tipo o un carattere proveniente dalla commedia dell'arte, un Pulcinella, un Brighella, un Pantalone, un Arlecchino, anche se poteva improvvisarne i modi; ma una formazione autonoma, un 'invenzione che riassumeva quei caratteri e li spostava sul : piano della caricatura assoluta, senza legami col resto, la società, il: tempo: pura astrazione comica.

Insomma, Totò non esisteva in natura, non era vero. In questo senso egli si distacca da tutti gli altri attori comici, che sono derivati dalla commedia popolare.

Diciamolo pure: i personaggi che più ci divertono, perché riflesso della nostra realtà, sono quelli che una volta animavano il sottobosco della commedia, la variopinta canaglia dei semplici, degli infingardi, degli spacconi, dei ladri, in una parola dei servi: i famigli.

Anzi, da personaggi secondari sono diventati i personaggi principali, il servo è ormai l'eroe, vive e racconta esclusivamente la sua storia. Resta da vedere se ci è diventato per mancanza di protagonisti, per la scomparsa della società che servivano e truffavano nello stesso tempo allegramente, o perché alla lunga le loro storie si sono rivelate più vere. Certo è che appena Gassman si scopre una vena comica da grande maschera diventa popolare più del suo teatro.

E non parliamo di Sordi, Manfredi, Tognazzi, che studiano un certo tipo di italiano-maschera, lo indagano nel suo mammismo, nella sua viltà, nella irrecuperabilità, insomma nel suo anti-eroismo. Non parliamo di Peppino De Filippo che arriva al fondo addirittura filologico del servo , alla sua bertoldesca 'sciocchezza.

Tutti i personaggi di questi comici esistono, ma direi che basano la loro consistenza su una certa miserabilità umana, troppo umana. Le possibilità che hanno di cogliere una scadente realtà, nella quale siamo immersi fino al collo, sono quasi infinite, tanto da poter pensare che i " servi " sono la nostra vera, continua autobiografia. Noi ridiamo dei loro vizi modesti, della loro eterna fame di denaro e di donne (non di amore, ma di possesso), dei guai e dei disastri in cui si cacciano perché sono tutti nostri e il riderne finisce per farceli vedere sotto una luce non soltanto accettabile, ma persino lusinghiera. Perchè il riso, nel peggiore dei casi assolve, e la denuncia inorgoglisce.

Ora Totò era lontano da tutto questo, e si può fare l'ipotesi che egli nella commedia italiana rappresentasse la zona metafisica, non i caratteri, ma l'imponderabile, il grottesco, l'inverosimile, i piccoli personaggi e i fatti diversi di cui è ricca la nostra cronaca e che Sorprendono sempre per quella loro aria inventata eppure plausibile, il morto che si rifà vivo dopo vent'anni e mette nei guai la giustizia e il paese, un consiglio comunale che gioca al totocalcio per pareggiare il bilancio, il maiale che cade dal terzo piano e accoppa un passante, la famiglia distrutta dagli errori dell'ufficio anagrafico, quel sottomondo che dal Novellino al Pirandello delle novelle paesane non sembra essere affatto cambiato; infine, un'Italia minuta, le cui leggi biologiche restano estranee al corso della società in progresso di cui pure fa parte.

Per questo Totò va cercato nel suo centinaio di film, non in uno solo, nella continua follia di una maschera che non fa della satira o tanto meno della sociologia ma propone esclusivamente se stessa. Totò ha potuto essere 10 jettatore che vuole una patente per esercitare meglio la sua funzione ( appunto, Pirandello ) o il " morto " professionista utilizzato per sviare le indagini dei doganieri , o il padre di numerosa prole che " cerca casa " , e la trova persino in una ex-casa chiusa.

Ha potuto fingersi gentiluomo, ladro, generale, soldato, mondano, spia, ballerino, avventuriero, dottore, pazzo, uomo d'affari, sonnambulo, eccetera, proprio perché la sua sola presenza caricaturale smentiva tutte le possibili attribuzioni. Nella frantumazione della commedia dell'arte, mentre i" servi " Brighella, Arlecchino e Pulcinella (come abbiamo visto) si sono dati a rappresentare il mondo possibile nelle vesti dei loro padroni, Totò si è dedicato a illustrare, come in una striscia comica, dunque sempre à suivre, l'assurdo della sua presenza in quel mondo.

Una trovata in fondo letteraria, di confutazione della realtà fatta servendosi dei suoi propri mezzi, con una sicurezza e un disegno aristocratico, che conferma almeno il titolo bizantino del suo inventore.

I film di Totò restano e potremo quindi meglio ritornare a discutere sulla natura di questo fenomeno unico. Quello che purtroppo non resta è il Totò di cui ero un fervente ammiratore, il Totò dei palcoscenici di quartiere, nei lontani Anni Trenta, quando il suo solo apparire e quello slogan dubitativo: "si lo so ma…." Destinato a diventare famoso, metteva in dubbio le certezze mussoliniane e la rivoluzione fascista. Allora Totò ci appariva come lo scolaro in castigo che facendo cenni alle spalle del maestro tiranno ridava una speranza di follia alla scolaresca umiliata e annoiata.

 

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