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Film in
B/N
durata 90 min. - Incasso 250.000.000 (valore attuale €
3.796.487,60) Spettatori 1.908.000
"Rita, la figlia
americana" 1965 di
Piero Vivarelli.
Soggetto Piero Vivarelli; sceneggiatura Tito Carpi,
Ugo Gregoretti,
Ugo Moretti, Bruno Corbucci, Giovanni Grimaldi; Produttore Giancarlo
Marchetti e Fabrizio Capucci per C.M.V. , Direttore della fotografia
Emanuele Di Cola, Musiche E. Gutcen e D. Shapiro, Montaggio Enzo
Micarelli, Sceneggiatore Giuseppe Bassan, Direttore di produzione Sergio
Borelli, Aiuto Regista Mario Castellani e Giancarlo Di Fonzo, Fonico
Giulio Tagliacozzo.
Interpreti: Totò (professor Serafino Benvenuti), Rita Pavone
(Rita),
Fabrizio Capucci (Fabrizio), Lina Volonghi (Greta), Umberto D'Orsi (Orazio), The Rokes.
Trama: Serafino ricco proprietario di un pastificio è appassionato
di musica classica e con l'aiuto dell'amico Orazio, riesce finalmente a coronare il suo
sogno di dirigere una vera banda al cospetto di un pubblico pagato per ascoltare
pazientemente le sue storpiature.
Serafino ha adottato in America una bambina, ora diciottenne che
vorrebbe far diventare una grande concertista. La ragazza si stanca molto presto della
musica e della vita che il padre adottivo le vorrebbe farle fare. Si unisce ad un gruppo
di giovani e con loro va a ballare al "Tornado blu" e si innamora del
proprietario Fabrizio. Serafino odia quel genere di musica e tenta di convincere la figlia
a tornare alla musica classica. Inutilmente,
anzi, sia lui che Orazio finiscono per debuttare come urlatori con i
"Vivalders".
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Critica: Il film è girato nella
primavera del 1965 negli stabilimenti della Titanus con alcuni esterni per le
vie di Roma. Film a metà strada tra il comico e il musicale, e alle canzoni
della Pavone e dei Rokes si aggiunge anche Totò che vestito da capellone canta
una sua canzone "Malvagità".
Da un articolo senza firma su La Notte : " [..] Totò (giù di forma) e Lina
Volonghi stanno bene o male a galla , ma non riescono a salvare dal nubifragio
l'insieme della pellicola [..] "
E da un articolo a firma "vice" sul Corriere della Sera :
"[..] Rita la figlia
americana [..] deve qualche momento di spasso alla vivificante presenza di Totò
, non certo alla qualità delle battute [..]".
Nato, come molti
altri, sulla scia di una moda, di un evento, di un fatto di
cronaca o di un successo nei vari campi dello spettacolo, questo
"Rita, la figlia americana" è costruito intorno all'allora
famosissima Rita Pavone, alla quale, per aumentare le chances
del botteghino, si sovrappone la figura di Totò, qui sprecato
per una storia di maniera e per un film tra i più orribili della
sua carriera.
Impegnato in una banalissima storia da fotoromanzo, che cerca a
tutti i costi di "fotografare" lo spirito del tempo alla vigilia
del '68, de Curtis è irrigidito in un carattere senile privo di
vera psicologia, a fronte di un iperdinamismo giovanile di Rita
Pavone, che canta in continuazione.
Alle canzoni della Pavone si aggiungono quelle dei Rokers, e
anche Totò canta una canzone da lui composta, "Malvagità".
È praticamente un film musicale incentrato su Rita Pavone e
sullo stupido contrasto tra i giovani e gli anziani, con
capitolazione finale di questi ultimi. De Curtis appare
visibilmente distratto, spento, stereotipato e scontato. Non fa
alcuno sforzo, ma si lascia guidare dal pilota automatico nella
speranza di arrivare presto alla parola "Fine". Il film non ha
neanche lo spessore minimo di una barzelletta e i dialoghi,
stucchevoli e meno che banali, sono letteralmente
insopportabili, soprattutto tra la giovane ragazza venuta dal
Cile (Rita Pavone) e il suo amore Fabrizio (Fabrizio Capucci).
Tutto il resto è manierismo sciocco, una sorta di pagamento
obbligatorio al dazio dell'epoca. Rispetto ai suoi capolavori
(ma anche ai film medi e medio-bassi) o alla lirica elegia del
"trittico" pasoliniano, che porta alla luce i tratti surreali
più profondi della personalità di de Curtis, rivelandone in
pieno l'enorme potenzialità recitativa, qui il grande attore è
compresso e ingessato in un tipo fisso e tutto il suo mondo
viene cancellato con violenza e rozzezza da un regista
insensibile e compromesso con le produzioni a sfondo musicale e
successivamente del genere erotico soft. Il personaggio
interpretato da de Curtis, Serafino Benvenuti, ex maestro di una
sgangherata banda municipale, convinto di essere un grande
musicista e uno scopritore di talenti, ricalca in parte
l'Antonio Scannagatti di "Totò a colori",
senza avere di questi, ovviamente, ne lo spessore nè l'ironia,
nè, tanto meno, l'impronta di Steno. La scena finale, con i
capelli lunghi mentre balla il twist insieme alla "banda" dei
giovani, si ripresenterà più o meno nello stesso modo in uno
special televisivo dal titolo "Totò yè
yè", che doveva andare in onda, come annunciato, il 29
giugno 1967 (quindi dopo la morte di de Curtis), ma che non fu
mai trasmesso. Di questa trasmissione, che si può confrontare,
per motivi di studio, con il film "Rita, la ragazza americana",
esiste una videocassetta. <<Articolo
correlato: Totò visto da Piero Vivarelli>> |
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