Furto al cimitero di Napoli

di Emanuela Catalano


Vi invio in allegato un articolo relativo a Totò che prende spunto dai trafugamenti avvenuti qualche tempo fa dal suo sepolcro di famiglia. Complimentandomi della vostra iniziativa di mantenere viva la memoria collettiva del nostro paese su di un uomo che tanto ha fatto per la cultura italiana.
Cordialmente
Emanuela Catalano

"Furto al cimitero di Napoli"

di Emanuela Catalano


La cappella di Totò senza lo stemma nobiliare, sottratto da ignoti....La cronaca di questi giorni è piombata fragorosamente su di una delle personalità artistiche che hanno caratterizzato il secolo trascorso da neppur dieci anni.
Dei ladri, introdottisi nottetempo, hanno rubato dalla cappella del Marchese De Curtis, in arte Totò, il blasone marmoreo riproducente i simboli araldici delle nobili famiglie di cui il popolare attore partenopeo è stato l’ultimo discendente.
Il furto è avvenuto, nella notte del 31 Maggio, nel Cimitero di Santa Maria del Pianto a Napoli, dove nel dopoguerra Totò aveva fatto costruire una cappella gentilizia, non lontano da quella che conservava la memoria di un altro grande Artista partenopeo, Enrico Caruso, all’interno del recinto degli uomini illustri .
I profanatori hanno usato il sistema del “ paghi uno, prendi due”, infatti in una sola azione notturna hanno vilipeso due luoghi privati di memorie affettive e rubato dall’uno e dall’altro luogo di sepoltura.



Antonio Clemente De Curtis, signore, anzi, marchese, era nato, anche se per la malasorte e i costumi sociali dell’ epoca, ha impiegato una vita per vederselo riconoscere.
Ma tanti erano i talenti artistici ed umani di questo straordinario protagonista della cultura artistica italiana che si finisce per dimenticarne le vicende umane.
La recitazione e la creazione della “maschera” e delle battute del suo personaggio d’Arte, “Totò”e di tutti i differenti personaggi di “italiani” imbroglioni, pusillanimi, coraggiosi, sporcaccioni, aggressivi, ladri che ha “sceneggiato” e interpretato anche con il corpo, e che lo pongono quasi al livello di un drammaturgo-attore, come altri negli stessi anni: Federico Fellini, Dario Fo , Eduardo De Filippo.
La scrittura comunque è affiancata alla vita umana come si evince dalla lettura delle raccolte poetiche di cui la più famosa si intitola “A’livella”.
Dunque Attore, Scrittore, Poeta e Autore di canzoni, e proprio le canzoni forse, in sé, riassumono tanta parte del suo talento e della sua notorietà.
“Malafemmena” la canzone a cui il nome di quest’Autore è legato in tutto il mondo, non è solo emblematica per la sua musica, ma è, anche nel titolo, un’allusione alla città tanto amata e non sempre riconoscente, ed una definizione della vita terrena che fu con lui maligna negli avvenimenti legati alla sfera sentimentale pur avendolo largamente beneficiato di talenti artistici e di doti umane.
 

Antonio, Vincenzo, Stefano Clemente nasce a Napoli il 15 febbraio 1898 da Anna Clemente, una cameriera innamorata, e da un giovane aristocratico, il Marchese Giuseppe De Curtis che non avrà il coraggio di riconoscere l’affetto della donna e il figlio per oltre vent’anni.
Il piccolo Antonio cresce in una casa povera di un quartiere povero di una Napoli di primo novecento, quando la povertà era drammatica.
Questo bimbo povero e solo non ha un posto chiaro nella società, porta il cognome della mamma, ma vede, in carne e ossa, il papà Marchese girare per le strade del quartiere, sente i sussurri che si fanno al suo passare, sarà vittima e testimone vivente di un mondo, fortunatamente oggi scomparso, di una società, che ti bollava per i tuoi natali.
Antonio, nella più remota infanzia, è stato figlio di padre “fantasma”, ma ben noto e vivente; da tutti conosciuto e "saputo", eppur non esistente, non nominabile, non appellabile con la parola più giusta per un figlio: padre.
Così il piccolo Antonio Clemente inizia il suo viaggio nella vita con un bagaglio di solitudine mutuata dallo scherno subito a causa di queste condizioni familiari.
Bambino solitario, inventa un gioco tutto suo: il “funerale”, che interpreta da solo, con gli animali di casa, con l’ausilio di poveri stracci e scatole a fungere da elementi di questa tristissima cerimonia che manteneva vivo in lui il senso di solennità e di dignità che aveva percepito vedendo nel quartiere certe cerimonie, le uniche, al riparo dagli scherzi sgradevoli e offensivi degli altri bambini. In Antonio, da sempre , convivono due personalità, quella del bimbo povero che si trastulla da solo, schivando così la miseria e la cattiveria del mondo, e l’anima, nobile nei gusti e nei sentimenti, generosa e intelligente di un gentiluomo:
- Totò un po’ maschera e un po’ marionetta, paesano, invadente, arguto e stupido, presuntuoso e talora villano, burattino snodato, animato dai bisogni ancestrali dell’uomo evidenziati all’eccesso: una fame atavica di ogni cibo, una paura che rasenta l’assurdo del coraggio più spavaldo, il desiderio sessuale che si mostra, pudico, ma eccessivo, dagli sguardi allungati in tralice e dai guizzi equivoci del corpo.
- Antonio De Curtis aristocratico, signore, elegante e raffinato, vero gentiluomo partenopeo, malin-conico e schivo, ma sempre dominatore della scena e della vita.
Si prendeva sul serio , nella vita, con la ricerca ossessiva in una lunga battaglia legale, per ottenere il riconoscimento dei titoli nobiliari, il “sangue blu”, per rifarsi delle tante umiliazioni.
Totò, sul palcoscenico, è più giocoso e sicuro delle sue radici plebee, irride la potenza sociale, politica od economica: “…ma mi faccia il piacere” “ho fatto tre anni di militare a Cuneo”, fa spallucce e ride di tutto ciò che si mostra diverso dalle sue origini popolari.
 

Il contenuto della lirica “A livella” che dà nome ad un’intera raccolta poetica di Antonio De Curtis sembra proprio alludere alle due identità che componevano l’uomo Antonio De Curtis come individuo: la maschera Totò e l’uomo colto e raffinato il marchese Foccas Principe di Bisanzio.
Solo nel 1921 il Marchese Giuseppe De Curtis sposa Anna Clemente legalizzando la loro lunga relazione e anche, nel 1928, la situazione anagrafica del figlio Antonio che diventerà così Antonio Clemente De Curtis .
A seguito della frequentazione col Marchese Gagliardi Foccas, Antonio ne viene adottato, così che dal 1946 potrà fregiarsi del nome di questi e divenire così il Marchese Antonio Clemente De Curtis Gagliardi Focas.
Le ricerche Araldiche condotte in seguito gli permettono di rendere completo , nella sua interezza storica il suo cognome patronimico con i titoli più antichi attribuibili alla sua discendenza: Mar-chese Antonio Clemente De Curtis Gagliardi Foccas Principe di Bisanzio.
I ladri che hanno rubato dalla cappella del Marchese De Curtis il blasone marmoreo da lui medesimo ridisegnato e fatto realizzare, hanno profanato la memoria e gli affetti che l’uomo Antonio non aveva potuto prescindere nella sua vita terrena .
Ma la medesima cattiveria, brutale e idiota, non ha potuto sconvolgere Totò, l’artista, che col suo talento è al disopra dei tratti della bestialità umana.
L’Artista Totò ha partecipato e ancora partecipa di quella parte delle azioni umane che sottendono l’Arte e la Bellezza, la sincerità e i sentimenti. E questi valori, che trapelano sempre dall’Arte che di lui ci resta, non possono essere scalfiti dal furto di un marmo.
L’azione resta violenta e ingiusta ai nostri occhi, ma non inficia in nulla la dolcezza del luogo e il rispetto che l’Italia e gli Italiani devono a Totò che ha saputo rendere immortali caratteristiche umane e sentimenti elevatissimi ponendosi così tra gli eletti anche nei cieli dell’Eterno.
Ma proprio mentre scrivo giunge la bella notizia. Questa notte gli agenti della Squadra Mobile della Questura di Napoli hanno ritrovato lo stemma assieme ad altri particolari di marmo scolpito trafugati dalla tomba di Enrico Caruso e da altri reperti non ancora identificati.
L’ipotesi è quella del furto su commissione, i ladri erano già pronti a vendere la refurtiva per arredare qualche sontuoso edificio di pescicani senza scrupoli.

Firenze 3 Maggio 2009 Emanuela Catalano

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