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Ricordate
Totò? Che stupefacente, misteriosa apparizione! La prima volta che l'ho visto, moltissimi
anni fa, non sapevo niente di lui, non ne avevo nemmeno sentito parlare. C'era già la
guerra nell'aria e io, da incosciente, mi godevo la città che l'oscuramento, con le sue
luci schermate e verniciate di blu, rendeva più suggestiva, più complice, misteriosa. Mi
ero infilato in un piccolo cinema dietro la posta, dopo il film c'era l'avanspettacolo, e
io ero stato risucchiato dentro, come sempre, dalla gigantografia della soubrette, una moracciona con la frangetta alla Claudette Colbert e i fianchi da mongolfiera. Mi ricordo
ancora come si chiamava, poiché anche il suo nome prometteva deliri: Olimpia Cavalli!
Come mi piacerebbe rivederla! Entrai che il film era appena finito, si accendevano le luci
e la platea, in un marasma fumoso e vociante, si concedeva un momentino di riposo: urla,
sghignazzamenti da manicomio, giaccate in faccia. Mi ero appena seduto in quella stiva di
pirati pronti a tutto quando si fece sentire via via più sonora e pungente una musichetta
da circo, una tarantella pazza e sinistra che percorse lo sgangherato stanzone come un
irresistibile solletico. La platea si agitava tutta, allargava le cosce, sbracandosi nella
posizione più comoda, con ingordigia: era scoccato il segnale che un accadimento
golosamente atteso stava arrivando. Sembrava di stare in un aereo al momento del decollo
sulla pista di partenza ...Ma Totò non apparve sul palcoscenico che continuava a restare
vuoto e deserto. Arrivò dal fondo della platea, si materializzò all'improvviso e tutte
le teste si voltarono insieme come una gran ventata. In un uragano di applausi, di urla di
gioia, di gratitudine, feci appena in tempo a vedere l'inquietante figuretta che avanzava
rapidissima lungo il corridoio centrale della platea. Scivolava come su delle rotelline,
una candela accesa in mano, il frac da becchino, e sotto l'ala della bombetta due occhi
allucinati, dolcissimi, da rondone, da ectoplasma, da bambino centenario, da angelo pazzo.
Mi passò vicinissimo leggero come un sogno e subito scomparve inghiottito dalle onde del
pubblico che si alzava in piedi, lo acclamava, voleva toccarlo, trattenerlo. Riapparve,
ormai irraggiungibile, laggiù sul palcoscenico, in una immobilità catalettica; si
dondolava avanti e indietro, in silenzio, leggermente, come un missirizzi, gli occhi che
giravano come le biglie della roulette. Poi, di colpo, la funebre cornacchietta soffiò
sulla candela, alzò la tesa della bombetta e disse a tutti: " Buona Pasqua ".
Ma non era Pasqua. Era novembre, e la sua voce era quella di un sepolto vivo che chiede
aiuto.
Qualche mese più tardi, rividi Totò, nell'occasione di una
brevissima intervista. Facevo il giornalista, scrivevo una rubrichetta sul
l'avanspettacolo per " Cinemagazzino ", un giornaletto tutto scritto da un
sarto, si chiamava Reanda ed era tutto pieno di aghi e di fili sulla giacca. È merito di
quel giornaletto se sono venuto una prima volta a Cinecittà. Dovevo intervistare Osvaldo
Valenti. Ero io a proporre al direttore-sarto le interviste, proponevo sempre le attrici
che mi piacevano, Leda Gloria, Elli Parvo, mi piaceva moltissimo anche Greta Gonda. Ma le
interviste con le attrici le voleva fare lui, il direttore, così decisi di intervistare
Totò. Era al Giulio Cesare, un localone immenso che faceva film e grandi avanspettacoli.
Era domenica pomeriggio, c'era quella gran folla degli spettacoli domenicali, doveva
essere l'intervallo, o forse no, non era ancora cominciato 10 spettacolo, perché Totò
stava vicino alla cassa, protetto da transenne per tenere lontana la gente che aspettava
di entrare. Era appoggiato al marmo, la testa un po' reclinata, come un mobile o un
amorino, come se facesse parte dell'arredamento, il colletto alto, i capelli impomatati,
tutto tirato a lustro fumava con un'aria da gran signore, assorto e distaccato. Andarono a
dirgli che ero un giornalista. Totò mi guardò e mi fece segno con la mano di
raggiungerlo.
Gli dissi che volevo fargli un'intervista. Con un lieve abbassar
delle ciglia mi fece capire che acconsentiva, e poi disse subito con tono calmo e
definitivo: " Allora scrivete questo: che a me piace la donna e il denaro. Avete
capito? Non disse proprio donna, ma pronunciò un vocabolo napoletano che non avevo mai
sentito, tenero e osceno, infantile e cabalistico, un suono di sillabe che dava benissimo
l'idea di una cosa dolce, molle, umida. Mi vide perplesso: " Perché, a voi non
piace? " Mi guardava sospettoso e divertito. " Avete visto lo spettacolo? "
concluse con l'aria di uno zio buono che ha deciso di farti un regalo, e mi fece entrare.
Scrissi l'intervista, naturalmente senza riportare quel pochissimo che mi aveva detto,
inventai tutto e feci anche un piccolo disegno. Quando il giornale uscì, andai subito a
portarglielo, questa volta era al Brancaccio, o forse al Principe, chissà che rivista
c'era, c'era un motivo che faceva così: " A me piacciono le bionde con le ciglia
volte in su ". O qualcosa del genere. Gli mostrai il giornale col mio disegnino e
l'intervista. Mi guardava stupito: " Ma davvero l'avete fatto voi? " Sembrava
non crederci. Poi mi chiese se avevo visto lo spettacolo e mi mandò giù in platea a
vederlo un'altra volta.
Il sentimento di meraviglia che Totò comunicava era quello che da
bambini si prova davanti a un evento fatato, alle incarnazioni eccezionali, agli animali
fantastici; la giraffa, il pellicano, il bradipo; e c'era anche la gioia e la gratitudine
di vedere l'incredibile, il prodigio, la favola, materializzati, reali, viventi, davanti a
te. Quella faccia improbabile, una testa di creta caduta in terra dal trespolo e rimessa
insieme frettolosamente prima che lo scultore rientri e se ne accorga; quel corpo
disossato, di caucciù, da robot, da marziano, da incubo gioioso, da creatura di un'altra
dimensione, quella voce fonda, lontana, disperata: tutto ciò rappresentava qualcosa di
così inatteso, inaudito, imprevedibile, diverso, da contagiare repentinamente, oltre che
un ammutolito stupore, una smemorante ribellione, un sentimento di libertà totale contro
gli schemi, le regole, i tabù, contro tutto ciò che è legittimo, codificato dalla
logica, lecito.
Come tutti i grandi clown, Totò incarnava una contestazione
totale, e la scoperta più commovente e anche confortante era riconoscere immediatamente
in lui, dilatati al massimo, esemplificati in quell'aspetto di personaggio di Alice nel
paese delle meraviglie, la storia e i caratteri degli italiani: la nostra fame, la nostra
miseria, l'ignoranza, il qualunquismo piccolo borghese, la rassegnazione, la sfiducia, la
viltà di Pulcinella. Totò materializza con lunare esilarante eleganza l'eterna
dialettica dell'abiezione e della sua negazione.
Si è sempre detto, e ancora si sente dire che Totò al cinema è
stato usato male, non gli sono state offerte che raramente le occasioni degne del suo
eccezionale talento. Non credo che Totò avrebbe potuto essere meglio, più bravo, diverso
da com'era nei film che ha fatto. Totò non poteva fare che Totò, come Pulcinella, che
non poteva essere che Pulcinella, cosa altro potevi fargli fare? Il risultato di secoli di
fame, di miseria, di malattie, il risultato perfetto di una lunghissima sedimentazione,
una sorta di straordinaria secrezione diamantifera, una splendida stalattite, questo era
Totò. Il punto d'arrivo di qualcosa che si perdeva nel tempo e che finiva in qualche modo
con l'essere fuori del tempo. Intervenire su un simile prodigioso risultato, modificarlo,
costringerlo a qualcosa di diverso, dargli una diversa identità, un diversa credibilità,
attribuirgli una psicologia, dei sentimenti, inserirlo in una storia, sarebbe stato, oltre
che insensato, deleterio, sacrilego. Miopia della critica? Ma è un po' tutta la nostra
educazione, come dire? Occidentale che ci spinge a non accettare le cose come sono, a
proiettarci in una prospettiva diversa, a sovrapporci sopra qualcosa di estraneo, di
ricercato, di intellettualistico. Si perde di vista che Totò è un fatto naturale, un
gatto, un pipistrello, qualcosa di compiuto in se stesso, che è come è, che non può
cambiare, tutt'al più puoi fotografarlo. Nel Viaggio di G. Mastorna avevo pensato a
Totò, ma così com'era. C'era un ricordo di Totò e Totò appariva. Non mi sono mai
venute in mente storie che richiedessero la presenza di Totò, perché Totò non aveva
bisogno di storie. Che valore poteva avere una storia per un personaggio così, che le
storie ce le aveva già tutte scritte sulla faccia? Mi sarebbe piaciuto piuttosto
dedicargli un piccolo saggio cinematografico, un ritratto in movimento, che rendesse conto
di come era, come era fatto dentro e fuori, quale era la sua struttura ossea, quali erano
gli snodamenti più sensibili, le giunture più resistenti e mobili. Avrei voluto farlo
vedere in diversi atteggiamenti, in piedi, seduto, orizzontale, verticale, vestito ma
anche nudo, per vederlo bene e farlo vedere, così come si fa con un documentario sulle
giraffe, per esempio, o su certi pesci fosforescenti degli abissi marini. Avrebbe dovuto
essere un'intervista fantastica, un tentativo di catturare il senso di quella
straordinaria apparizione che era Totò.
Io l'ho incontrato poche volte, e mi affascinava, non credevo ai
miei occhi quando lo vedevo da vicino. Ho avuto con lui anche una piacevolissima
esperienza come regista, molti anni fa, moltissimi. Ho diretto il finale di Dov'è la
libertà? di Rossellini. Roberto si era ammalato, mi pare, i produttori mi pregarono di
concludere in qualche modo il film. Una sequenza minuscola, solo un paio di inquadrature:
Totò che saltava in testa all'avvocato Talarico e gli mordeva l'orecchio. Tutto qua. Ma
io ero ugualmente intimidito e a disagio. Come tutti, gli dicevo: " Senta principe,
potremmo fare così, ecco, principe, le viene avanti... " E allora Totò mi ha
guardato con quei dolcissimi occhi da rondone e mi dice: " Voi mi potete chiamare
anche Antonio ". Era un'investitura; sia pure per pochi minuti ero diventato il suo
regista.
Ci rivedemmo quando era già avanti negli anni e la vista gli era
calata; venne una sera a cena a casa mia con Franca Faldini che gli si mise accanto per
poterlo aiutare. C'erano degli altri amici. Lui se ne stava lì appollaiato come un
araldico bellissimo uccello. In un momento di silenzio, mi cercò nel vuoto per capire da
che parte ero, credette in qualche modo di individuarmi e con un'espressione da tucano
disse all'improvviso, con quella voce rauca, profonda, sfiatata: " Siete diventato un
reggistone! " L'ultimo ricordo che ho di lui è un ricordino edificante, da libro
Cuore. Stavo facendo il doppiaggio di 81/2, o forse era un altro film, era l'ora della
pausa e nel giardinetto della Scalera tutti stavano seduti chi qua e chi là, a mangiare
il cestino. Vedo Donzelli, un attore napoletano che guida Totò verso il muretto dove c'è
un po' di sole, lo portava per mano, un passo alla volta, come si conduce un ammalato, un
cieco. Totò aveva il volto nascosto quasi completamente dietro i grandi occhiali neri che
da parecchi anni ormai portava sempre. Donzelli mi si avvicina, gli chiedo come sta Totò:
" Niente, non ci vede per niente, assolutamente niente ", e poi a gran voce,
rivolgendosi a Totò: " Principe, lo sapete chi c'è qua? C'è il regista Fellini che
vi saluta ". Totò solleva la testa guardando in alto verso il cielo, mi fa molte
feste cercandomi le mani, scambiamo qualche parola, e poi rimango lì in silenzio a
guardarlo, era più fatato che mai, impalpabile, irraggiungibile. Sorrideva con quel
sorriso inerte e disarmato che hanno i ciechi.
Adesso vengono due della produzione a
prenderlo uno da una parte e uno dall'altra, lo fanno camminare quasi sollevandolo, come
portassero un santo in processione, una reliquia. Spinto da una curiosità insieme
scientifica e sentimentale entro anch'io nello studio, voglio vedere come fa a lavorare in
quelle condizioni, non posso crederci. Nello studio tutto è pronto; facendogli evitare i
cavi come in un labirinto lo conducono al centro del set potentemente illuminato, lo
aiutano ad indossare il suo fracchettino, posa la bombetta sulla testa, ma ha ancora gli
occhiali neri sugli occhi, non se li è tolti. Corbucci, credo proprio che fosse un film
di Corbucci, gli spiega la scena. Sento che gli dice: " Fai così, arriva fin là,
lì ti fermi, dici la battuta, poi corri laggiù dove c'è Enzo Turco ". Enzo Turco
si fa sentire: " Antò, songo accà ", facendogli con le mani un gesto che cade
nel vuoto. Tutto a posto? Si accendono altre luci. Motore! Ciak! E solo a questo punto
Totò si toglie gli occhiali ed è il miracolo. Il miracolo di Totò che improvvisamente
ci vede, vede le cose, le persone, i segni di gesso che limitano i suoi percorsi, non due
occhi ma cento, che vedono tutto, perfettamente.
E salta, piroetta, corre sgusciando via in un salotto pieno di
mobili, robot tino fantastico che tira piatti e risponde fulmineamente alle domande di
Turco, di Donzelli, di Castellani, e la gente della troupe tutta attorno, gli elettricisti
sui ponti si mordono le labbra per non ridere, si nascondono la faccia tra le mani. Stop.
La scena è finita, si cambia inquadratura. Nel caos che segue ogni fine ciak Totò si
rimette lentamente gli occhiali e tende le braccia in attesa che qualcuno venga a
prenderlo, e lo portano via infatti, piano piano, facendogli fare attenzione ai cavi, alle
pedanine, alle gente. È tornato quella creaturina incredibile che prendeva il sole poco
fa in giardino, un esserino incorporeo, un dolcissimo fantasma che ritornava nel buio,
nell'oscurità, nella solitudine.
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