Totò visto da:   Enrico Vanzina

 

Oggi tutti raccontano Totò. Spesso a sproposito. Perché molti di quelli che lo raccontano non lo hanno conosciuto e parlano di lui per sentito dire.

Mi permetto di scrivere queste brevi righe sul più grande attore italiano di tutti i tempi perché Steno, mio padre, è stato sicuramente “il regista” di Totò. Tra i tantissimi film realizzati insieme ricordo Guardie e Ladri, Totò a colori, Totò cerca casa, Totò Diabolicus, I due colonnelli. Insomma, una marea di classici. C’è da aggiungere che la collaborazione di mio padre con Totò non fu solo professionale. Papà amava Totò. E Totò amava Steno. Si capivano. Si piacevano. Si stimavano.

Io ho conosciuto Totò all’Acqua Cetosa mentre papà girava la famosa sequenza di Guardie e ladri, quando Totò-ladro è inseguito da Fabrizi-guardia. Avevo due anni. Esiste una foto di questo mio primo incontro con Antonio de Curtis che conservo gelosamente sul mio tavolo di lavoro. Quella foto mi ricorda, ogni giorno, che ho avuto la straordinaria fortuna di nascere nel cuore autentico della commedia all’italiana.

Dopo Guardie e ladri mio padre girò Totò e le donne. In una scena del film c’era un bambino di un anno che recitava la parte di Totò fanciullo. Quel bambino era il regista Carlo Vanzina, mio fratello. Che debuttò nello spettacolo nel ruolo di Totò. Roba da brividi.

Ogni tanto, da bambini, io e Carlo andavamo nella bella casa di via Monti Parioli dove Totò abitava con Franca Faldini. Era un uomo molto affettuoso. Ma ricordo che ci carezzava in maniera curiosa, molto lievemente, come se avesse paura di romperci. In realtà stava già diventando cieco. E di noi percepiva solo delle piccole ombre.

 

Raccontava mio padre che Totò era un uomo molto serio. Il suo titolo effettivo ed incontestabile di Principe (Comneno Focas di Bisanzio) lo mostrava scritto sull’almanacco di Gotha, con il particolare che la data di nascita era resa illeggibile da un foro fatto col fuoco di una sigaretta. Papà, inoltre, raccontava che Totò, contrariamente a quanto scritto in molti libri, improvvisava pochissimo. Ogni sua battuta era testardamente provata prima, in camerino.

Ma vorrei lasciare la parola a mio padre che in un suo scritto ci ha lasciato questa struggente e meravigliosa testimonianza: «Raramente, durante la lavorazione di un film, Totò esprimeva il desiderio di vedere qualche scena girata. Si fidava di se stesso e dei suoi collaboratori. Ma ogni tanto, dopo l’ultimo ciak della giornata, si struccava ed elegantissimo (blazer e foulard) si sedeva in proiezione. E vedendosi sullo schermo si sbracava letteralmente dalle risate.

Infatti il Principe de Curtis era un ammiratore sperticato di Totò. Proprio così, a Totò piacevano solo i film di Totò... E i film di Totò piacciono ancora. Ma a quei tempi fare il regista di Totò non faceva chic. Totò era snobbato dalla critica e dagli autori. Nessuno fece a tempo a spiegare al malinconico Principe de Curtis che la Tv, dieci anni dopo, lo avrebbe vendicato...

Comunque, un premio lo ebbe anche lui. Era già semi- cieco e glielo conferì la città di Napoli, consegnandoglielo al ‘Iatro Mediterraneo in una triste serata di pioggia di circa trent’anni fa. Triste serata perché pioveva, ma più che altro perché del mondo dello spettacolo italiano, a festeggiarlo c’ero solo io...».

Quella sera a Napoli, raccontava papà, Totò pianse. E questo, forse, è il naturale destino dei grandi comici popolari. Devono attendere la morte per essere santificati.

 

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