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Erano più colorate le strade
di Napoli, più ricche di bancarelle improvvisate di chioschi di acquaioli, più affollate
di gente aperta al sorriso allora, quando alle dieci di mattina le attraversavo a passo
lesto avevo quattordici anni per trovarmi puntuale al teatro Orfeo, un piccolo, tetro, e
lurido locale periferico, dove, in un bugigattolo di camerino dalle pareti gonfie di
umidità, per fare quattro chiacchiere tra uno spettacolo e l'altro, mi aspettava un mio
compagno sedicenne che lavorava là. Oggi è morto Totò. E io, quattordicenne di nuovo, a
passo lento risalgo la via Chiaia, e giù per il Rettifilo, attraverso piazza Ferrovia.
Entro per la porta del palcoscenico di quello sporco locale che a me pare bello e
sontuoso, raggiungo il camerino, mi siedo e mentre aspetto ascolto a distanza la sua voce,
le note della misera orchestrina che lo accompagna e l'uragano di applausi che parte da
quella platea esigente e implacabile a ogni gesto, ogni salto, ogni contorsione, ogni
ammiccamento del "guitto". Do un'occhiata attorno; il fracchettino verde,
striminzito, è lì appeso a un chiodo: accanto c'è quello nero. Quello rosso glielo
vedrò indosso tra poco, quando avrà terminato il suo numero. I ridicoli cappellini
A bacchetta, a tondino... e nero, marrone, e grigio... sono tutti allineati sulla parete
di fronte.
Manca il tubino: lo vedrò tra poco. Il bastoncino di bambù non c'è: lo
avrà portato in scena. E lì, sulla tavoletta del trucco? Cosa c'è in quel pacchetto
fatto con la carta di giornale? È la merenda, pane e frittata. E la miserabile musica
continua, e la sua voce diventa via via ansiosa di trasportare altrove quella orchestrina
di moltiplicarla. Dal bugigattolo dove mi trovo non mi è dato vederlo lavorare, ma di
sentirlo e immaginarlo com'è, come io lo vedo come vorrei che lo vedessero gli altri. Non
come una curiosità da teatro, ma come una luce che miracolosamente assume le fattezze di
una creatura irreale che ha facoltà di rompere, spezzettare e far cadere a terra i suoi
gesti e raccoglierli poi per ricomporli di nuovo, e assomigliare a tutti noi, e che va e
viene, viene e va, e poi torna sulla Luna da dove è disceso.
Ora
sono travolgenti gli applausi e le grida di entusiasmo di quel pubblico: il numero è
finito. Un rumore di passi lenti e stanchi si avvicina, la porticina del bugigattolo viene
spinta dall'esterno. Egli deve aprire e chiudere più volte le palpebre e sbatterle per
liberarle dalle gocce di sudore che gli scorrono giù dalla fronte per potermi vedere e
riconoscere, e finalmente dirmi: " Edua', stai cca'! " E un abbraccio fraterno
che nel tenerci per un attimo avvinti ci dava la certezza di sentire reciprocamente un
contatto di razza. E le quattro chiacchiere, quelle riguardavano noi due, le abbiamo fatte
ancora per anni, fino a pochi giorni fa. " Paese Sera ", 1967
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